domenica 20 aprile 2025

Ascolto, Sacramenti e Missione

Sequéntia S. Evangélii secundum Lucam 24, 13-35.

In illo témpore: Duo ex discípulis Jesu ibant ipsa die in castéllum, quod erat in spátio stadiórum sexagínta ab Jerúsalem, nómine Emmaus. Et ipsi loquebántur ad ínvicem de his ómnibus, quae accíderant. Et factum est, dum fabularéntur, et secum quaérerent: et ipse Jesus appropínquans ibat cum illis: óculi autem illórum tenebántur, ne eum agnóscerent. Et ait ad illos: Qui sunt hi sermónes, quos confértis ad ínvicem ambulántes, et estis tristes ? Et respóndens unus, cui nomen Cléophas, dixit ei: Tu solus peregrínus es in Jerúsalem, et non cognovísti, quae facta sunt in illa his diébus? Quibus ille dixit: Quae ? Et dixérunt: De Iesu Nazaréno, qui fuit vir prophéta potens in ópere et sermóne, coram Deo, et omni pópulo: et quómodo eum tradidérunt summi sacerdótes et príncipes nostri in damnatiónem mortis, et crucifixérunt eum. Nos autem sperabámus, quia ipse esset redemptúrus Israël: et nunc super haec ómnia, tértia dies est hódie, quod haec facta sunt. Sed et mulíeres quaedam ex nostris terruérunt nos, quae ante lucem fuérunt ad monuméntum, et, non invénto córpore ejus, venérunt, dicéntes se étiam visiónem Angelórum vidísse, qui dicunt eum vívere. Et abiérunt quidam ex nostris ad monuméntum: et ita invenérunt sicut mulíeres dixérunt, ipsum vero non invenérunt. Et ipse dixit ad eos: O stulti, et tardi corde ad credéndum in ómnibus, quae locúti sunt prophétae ! Nonne haec opórtuit pati Christum, et ita intráre in glóriam suam? Et incípiens a Móyse, et ómnibus prophétis, interpretabátur illis in ómnibus Scriptúris, quae de ipso erant. Et appropinquavérunt castéllo, quo ibant: et ipse se finxit lóngius ire. Et coëgérunt illum, dicéntes: Mane nobíscum, quóniam advesperáscit, et inclináta est jam dies. Et intrávit cum illis. Et factum est, dum recúmberet cum eis, accépit panem, et benedíxit ac fregit, et porrigébat illis. Et apérti sunt óculi eórum, et cognovérunt eum: et ipse evánuit ex óculis eórum. Et dixérunt ad ínvicem: Nonne cor nostrum ardens erat in nobis, dum loquerétur in via, et aperíret nobis Scriptúras ? Et surgéntes eádem hora regréssi sunt in Jerúsalem: et invenérunt congregátos úndecim, et eos, qui cum illis erant, dicéntes: Quod surréxit Dóminus vere, et appáruit Simóni. Et ipsi narrábant, quae gesta erant in via: et quómodo cognovérunt eum in fractióne panis.

Seguito del S. Vangelo secondo Luca 24, 13-35.

In quel tempo, due discepoli di Gesù andavano in un villaggio lontano sessanta stadii da Gerusalemme, chiamato Emmaus, e discorrevano fra di loro di tutto quello che era accaduto. Mentre ragionavano e conferivano insieme, Gesù, accostatosi a loro, camminava con essi: ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Disse loro: “Che discorsi andate facendo per strada e perché siete malinconici?” Uno di essi, chiamato Cleofa, rispose: “Tu solo sei forestiero in Gerusalemme e non sai quanto vi è accaduto in questi giorni?” E Gesù: “Che cosa?” Ed essi risposero: “Quello che riguarda Gesù il Nazareno, che fu un profeta, potente in opere e parole dinanzi a Dio e a tutto il popolo; profeta che i sommi sacerdoti e i nostri capi fecero condannare a morte e crocifiggere. Ora, noi speravamo che fosse colui che avrebbe liberato Israele: invece, con tutto ciò, eccoci al terzo giorno da che tali cose sono accadute. Veramente alcune donne fra noi ci hanno spaventati. Andate prima di giorno al sepolcro, non avendo trovato il corpo di Gesù, sono venute a raccontarci di avere anche veduto una apparizione di angeli, i quali dicono che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro: e hanno trovato come avevano detto le donne: ma lui non lo hanno visto”. Gesù disse loro: “O stolti e tardi di cuore a credere tutto ciò che hanno detto i profeti! Non era forse necessario che il Cristo patisse tali cose e così entrasse nella sua gloria? E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegava loro ciò che in tutte le Scritture lo riguardava. Giunti presso il villaggio dove erano diretti, egli fece capire di voler andare più avanti, ma essi lo trattennero, dicendo: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno declina. Egli entrò in casa con loro. Ora, avvenne che, stando a tavola con essi, prese il pane, lo benedisse, lo spezzo e lo diede loro. Allora si aprirono gli occhi dei due e lo riconobbero: ma egli sparì dai loro sguardi. Ed essi dissero fra loro: “Non ardeva forse il nostro cuore mentre per strada ci parlava e ci svelava il senso delle Scritture?” Alzatisi, tornarono subito a Gerusalemme, dove trovarono radunati insieme gli Undici e gli altri che stavano con essi, i quali dissero: “Il Signore è veramente risorto e è apparso a Simone”. Allora essi raccontarono quel che era accaduto per strada e come lo avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

I due discepoli che si allontanano da Gerusalemme rappresentano le anime smarrite, confuse dagli eventi della Passione, e prive ancora della piena luce pasquale. Gerusalemme è la figura della Chiesa, il centro della Rivelazione, della liturgia, del sacrificio: allontanarsene è già un segno di turbamento spirituale. Essi camminano tristi, perché hanno visto nel Crocifisso un fallimento umano, non ancora la vittoria del Redentore. Sono come molti cristiani oggi: scandalizzati dalla Croce, incapaci di vedere in essa il segno della salvezza.

La misericordia del Signore si manifesta nella sua umiltà. Non li rimprovera subito, non li lascia nell’errore, ma si fa compagno nella verità. Il Cristo risorto non si impone, ma si rivela poco a poco, secondo la disposizione dei cuori. Egli è l’Emmanuele, il Dio-con-noi, anche quando non lo riconosciamo. Essi, pur vedendolo, non lo riconoscono: segno che, senza la luce della grazia, anche la verità più evidente resta coperta da un velo. È questa una figura della cecità spirituale causata dal peccato, dalla tiepidezza, ma anche dal giudizio e dal timore mondano.

Con amore virile, il Signore corregge i discepoli. Non lusinga, non relativizza, ma insegna con fermezza: la fede non è sentimento, ma adesione alla verità rivelata. Ecco il cuore dell’evangelizzazione: spiegare le Scritture, dimostrare come tutto l’Antico Testamento trova compimento in Cristo. Non vi è fede autentica se questa non è radicata nella dottrina, trasmessa dalla Chiesa con autorità apostolica. Questo passo è un richiamo anche, e forse soprattutto, per i predicatori: la vera carità è inseparabile dalla verità. Il Signore fa catechesi, e ci mostra che la fede nasce dall’ascolto della Parola, ma una Parola interpretata nella Tradizione viva, non soggettivamente.

I discepoli, pur non avendo ancora compreso, sentono il cuore ardere. È la grazia preveniente che dispone all’incontro pieno. L’invocazione "resta con noi" è una vera e propria preghiera liturgica, è il desiderio di intimità con Dio. La sera che scende è figura della notte del mondo senza Cristo, delle tenebre del peccato, dell’angoscia che attanaglia il cuore umano lontano dalla Presenza divina. La Chiesa, la vera Sposa di Gesù Cristo, ripete questa supplica nei secoli, specialmente nell’ora del pericolo e della confusione.

Il cuore del passo è qui: la Santa Eucaristia. I discepoli non riconobbero Gesù nella parola sola, ma nel gesto sacramentale, nella Messa. È nello spezzare il pane – termine già tecnico per l’Eucaristia, nei primi tempi – che Cristo si rende presente in modo vero, reale e sostanziale. Qui si coglie la centralità del Culto, del Santo Sacrificio dell’Altare. Solo chi partecipa pienamente, con spirito di adorazione, alla Messa, può giungere alla pienezza della fede. Non bastano emozioni o dottrine astratte: è il Corpo e Sangue del Signore, ricevuto con cuore puro, a trasformare l’anima e a farla passare dalle tenebre alla luce.

La scomparsa del Signore subito dopo il riconoscimento indica che ormai non è più necessario vederlo con gli occhi del corpo: Egli rimane realmente presente sotto i veli eucaristici. È questo il centro del culto cattolico: adorazione del Signore presente nel Santissimo Sacramento. Gesù, in realtà, non era sparito. Era ancora lì, in mezzo a loro, sotto le specie del pane e del vino. Come vero nutrimento del corpo, della mente e dello spirito.

Dopo il riconoscimento, i discepoli reinterpretano tutto. Il cuore che arde è figura della grazia che agisce in profondità, talvolta - anzi spesso - senza che ce ne accorgiamo. È il segno della verità che tocca l’anima. Qui si manifesta la pedagogia divina, che si sviluppa secondo un movimento triplice: l’ascolto, il Sacramento, la missione. Il ritorno a Gerusalemme è ritorno alla Chiesa, alla comunione con gli Apostoli, al centro della fede. L’incontro con Cristo risorto non può restare un'esperienza privata: chi ha visto il Signore è spinto ad annunciarlo. I due, una volta paurosi e tristi, ora sono coraggiosi e ardenti. Questo è l’effetto della grazia: trasformare cuori tiepidi in ardenti testimoni.

In un tempo in cui molti si allontanano da Gerusalemme – dalla vera dottrina, dalla liturgia autentica, dalla morale cattolica – è necessario ritrovare la strada maestra: Cristo vivo nella Tradizione, nella Scrittura, e nell’Eucaristia.

Gaetano Masciullo

sabato 19 aprile 2025

Surrexit Christus, spes mea!

Sequéntia S. Evangélii secundum Marcum 16, 1-7.

In illo témpore: María Magdaléne, et María Iacóbi, et Salóme, emérunt arómata, ut veniéntes úngerent Iesum. Et valde mane una sabbatórum, véniunt ad monuméntum, orto iam sole. Et dicébant ad ínvicem: Quis revólvet nobis lápidem ab óstio monuménti? Et respiciéntes vidérunt revolútum lápidem. Erat quippe magnus valde. Et introëúntes in monuméntum vidérunt iúvenem sedéntem in dextris, coopértum stola cándida, et obstupuérunt. Qui dicit illis: Nolíte expavéscere: Iesum quaéritis Nazarénum, crucifíxum: surréxit, non est hic, ecce locus ubi posuérunt eum. Sed ite, dícite discípulis eius, et Petro, quia praecédit vos in Galilaéam: ibi eum vidébitis, sicut dixit vobis.

Seguito del S. Vangelo secondo Marco 16, 1-7.

In quel tempo, Maria Maddalena, Maria di Giacomo e Salomè comperarono degli aromi per andare ad ungere Gesù. E di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, arrivarono al sepolcro, che il sole era già sorto. Ora, dicevano tra loro: “Chi mai ci sposterà la pietra dall’ingresso del sepolcro?” E guardando, videro che la pietra era stata spostata: ed era molto grande. Entrate nel sepolcro, videro un giovane seduto sul lato destro, rivestito di candida veste, e sbalordirono. Egli disse loro: “Non vi spaventate, voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso: è risorto, non è qui: ecco il luogo dove lo avevano posto. Ma andate e dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea: là lo vedrete, come vi disse”.

Le donne, prime testimoni della Resurrezione, si recano al sepolcro «di buon mattino», spinte da un amore fedele e coraggioso. Esse non si aspettano un miracolo: portano oli aromatici per ungere un cadavere. Sono ancora immerse nella logica della morte. Ma la pietra, rotolata via, e il sepolcro vuoto rompono ogni schema umano: «Non è qui. È risorto!»

La Risurrezione non è un dettaglio della fede, né un elemento accessorio della nostra dottrina: è la roccia incrollabile su cui si fonda tutto l’edificio del Cristianesimo. È il centro focale attorno a cui ruota ogni verità rivelata, ogni speranza del cuore umano. Senza la Risurrezione, Cristo sarebbe stato un maestro fallito, un profeta sconfitto, un illuso tra tanti. Ma risorgendo dai morti, Egli ha dato prova definitiva della sua divinità e ha spezzato per sempre le catene della morte e del peccato.

Per questo San Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi, pronuncia parole di straordinaria radicalità: «Se Cristo non è risorto, vana è la nostra predicazione, vana anche la vostra fede» (1Cor 15, 14).  Non dice “indebolita” o “imperfetta”: dice "vana", cioè vuota, inutile, priva di senso. Il Vangelo senza la Risurrezione non è buona notizia, ma una triste illusione.

Il Cristianesimo, dunque, non nasce da un’idea, ma da un fatto, un evento, un’irruzione soprannaturale nella storia. E la Chiesa non è una semplice comunità etica, ma la continuazione nel tempo e nello spazio del Corpo risorto del Signore. Cristo risorto è il Nuovo Adamo, il primogenito di una nuova creazione, e in Lui l’umanità è già risorta, in speranza, alla vita eterna. È questa la sorgente del coraggio dei martiri, della fedeltà dei santi, della gioia invincibile dei semplici.

In questo mistero si inserisce la Santa Sindone di Torino, che Giovanni Paolo II definì con espressione ispirata «specchio del Vangelo». Essa è il lenzuolo che avvolse il corpo morto di Gesù. Ma ciò che colpisce è che nulla vi è di aggiunto, tutto è impronta lasciata da un corpo. Un corpo flagellato, coronato di spine, crocifisso, trafitto al costato. Ma un corpo che è stato lì e non c’è più.

La Sindone, nella sua silenziosa eloquenza, è il negativo fotografico del mistero pasquale: documenta la Passione e lascia trasparire la Risurrezione. Il corpo è sparito senza alterare il lenzuolo, come se si fosse smaterializzato. È una reliquia che non parla con parole, ma con luce. E la scienza, che vorrebbe spiegare tutto, si arresta davanti a questo segno di contraddizione, incapace di riprodurlo o spiegarlo.

Essa non è oggetto di fede, certo, ma invita alla fede. È come la pietra rotolata via: un segno visibile che rimanda all’invisibile. E ci chiede: “Tu, credi?” Viviamo in tempi segnati da tenebre morali, da perdita di senso, da un'apostasia silenziosa che lascia spazio a false religioni. Eppure la Risurrezione resta quella luce che non tramonta, quella certezza che non delude. Il Risorto non è un ricordo del passato, ma una Presenza reale. È Lui che incontriamo nei sacramenti, in particolare nell’Eucaristia, dove il Crocifisso Risorto si dona realmente, sotto i veli del pane e del vino.

Per noi cattolici, non si tratta di adattare il Vangelo al mondo, ma di annunciare con certa speranza - con parresia - e con gioia che Cristo è veramente risorto, che ha vinto la morte, e che solo in Lui c’è salvezza. Chi crede nella Risurrezione non teme più la morte, né la persecuzione, né la povertà, né l’abbandono. Sa che tutto, anche il dolore più assurdo, è stato redento e riceve significato. L'evangelista san Marco qui ci richiama con forza all’essenziale: senza la Risurrezione, tutto è perduto; con la Risurrezione, tutto è illuminato. Surrexit Christus, spes mea!

Gaetano Masciullo

La Resurrezione è il seme della nostra Fede

Sequéntia S. Evangélii secundum Mattheum 28, 1-7.

Vespere autem sabbati, quæ lucescit in prima sabbati, venit Maria Magdalene, et altera Maria, videre sepulchrum. Et ecce terræmotus factus est magnus. Angelus enim Domini descendit de cælo : et accedens revolvit lapidem, et sedebat super eum : erat autem aspectus ejus sicut fulgur : et vestimentum ejus sicut nix. Præ timore autem ejus exterriti sunt custodes, et facti sunt velut mortui. Respondens autem angelus dixit mulieribus : Nolite timere vos : scio enim, quod Jesum, qui crucifixus est, quæritis. Non est hic : surrexit enim, sicut dixit : venite, et videte locum ubi positus erat Dominus. Et cito euntes, dicite discipulis ejus quia surrexit : et ecce præcedit vos in Galilæam : ibi eum videbitis : ecce prædixi vobis. 

Seguito del S. Vangelo secondo Matteo 28, 1-7.

Passato il sabato, all'alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l'altra Maria andarono a visitare il sepolcro. Ed ecco che vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve. Per lo spavento che ebbero di lui le guardie tremarono tramortite. Ma l'angelo disse alle donne: «Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: È risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete. Ecco, io ve l'ho detto».

Questo passo è il cuore del Vangelo, la svolta decisiva nella storia della salvezza, il trionfo definitivo della Luce sulle tenebre, della Vita sulla morte, della Verità sull'errore, della Giustizia sul peccato. In esso si mostra tutta la sovranità di Cristo Re, non più umiliato, ma glorificato, non più coperto di piaghe, ma circondato di luce eterna.

Due donne pie, in silenziosa fedeltà, si recano al sepolcro: Maria di Màgdala, la peccatrice convertita, e l’altra Maria, figura della Madre Chiesa. Sono lì per onorare un morto, ma vi trovano la Vita. Così l’anima di Adamo — rimasta inchiodata alla Croce, inchiodata alla Legge di Dio, inchiodata alla liturgia, alla retta dottrina, alla penitenza — va nel buio del sepolcro per rimanere fedele senza sapere cosa aspettarsi in cambio, e qui trova e riceve la luce del Risorto.

Il terremoto non è solo fenomeno naturale, ma una vera e propria teofania: Dio scuote la terra per scuotere i cuori. La terra, infatti, nel linguaggio simbolico del vangelo, è immagine del cuore umano. La pietra rotolata è la fine del potere della morte e di satana, l’antico nemico, del silenzio imposto ai miserabili figli di Eva. L’angelo, seduto su quella pietra, è segno di dominio: ciò che chiudeva il corpo di Cristo ora è lo sgabello del Cielo.

“Voi non abbiate paura”. È l’annuncio costante del Cielo ai fedeli: non temete, voi che cercate il Crocifisso. L’angelo non annuncia un’ideologia, ma un fatto: “È risorto, come aveva detto.” Non allegoria, non mito: realtà storica e divina allo stesso tempo. La Tradizione, in questo passo, ritrova la sua sorgente: la fede nella Resurrezione non nasce dal sentimentalismo, ma dall’autorità apostolica, dalla testimonianza di Dio attraverso un messaggero celeste, dal sepolcro vuoto. E la missione che segue — “andate a dire” — è figura del mandato ecclesiale: la Chiesa non inventa, ma annuncia ciò che ha visto, udito, ricevuto.

Il modernismo tende a spiritualizzare, a demitizzare, a ridurre tutto a "esperienza di fede". Ma l’angelo non parla così: “Guardate il luogo dove era stato deposto”. La fede cristiana è credenza nei fatti oggettivi, non nei sentimenti personali, e quei fatti sono l’oggetto di una Tradizione viva e immutabile.

Infine, l'angelo dice: “vi precede in Galilea”. Cristo non attende i suoi nel tempio distrutto, né nella città che l’ha crocifisso, ma nella Galilea, luogo di inizio, di semplicità, di fedeltà originaria. La Galilea delle genti, segno della missione universale (cattolica) della Chiesa. Così il Risorto si fa trovare da chi torna all’inizio, da chi recupera l’essenziale. È lì che i discepoli lo vedranno, ed è lì che anche la Chiesa deve tornare: alla Galilea della Tradizione, della retta fede, del culto in spirito e verità.

Non è qui. È risorto. E da quel sepolcro vuoto nasce l’unica vera speranza: non nelle riforme, non nei compromessi col mondo, ma nella fedeltà al Signore crocifisso e risorto, che sempre precede i suoi lungo la via della vita eterna.

Gaetano Masciullo

venerdì 18 aprile 2025

Il Grande Sacrificio della Croce

Sequéntia S. Evangélii secundum Ioánnem 18:1-40; 19:1-42.

Hæc cum dixisset Jesus, egressus est cum discipulis suis trans torrentem Cedron, ubi erat hortus, in quem introivit ipse, et discipuli ejus. Sciebat autem et Judas, qui tradebat eum, locum : quia frequenter Jesus convenerat illuc cum discipulis suis. Judas ergo cum accepisset cohortem, et a pontificibus et pharisæis ministros, venit illuc cum laternis, et facibus, et armis. Jesus itaque sciens omnia quæ ventura erant super eum, processit, et dixit eis : Quem quæritis ? Responderunt ei : Jesum Nazarenum. Dicit eis Jesus : Ego sum. Stabat autem et Judas, qui tradebat eum, cum ipsis. Ut ergo dixit eis : Ego sum : abierunt retrorsum, et ceciderunt in terram. Iterum ergo interrogavit eos : Quem quæritis ? Illi autem dixerunt : Jesum Nazarenum. Respondit Jesus : Dixi vobis, quia ego sum : si ergo me quæritis, sinite hos abire. Ut impleretur sermo, quem dixit : Quia quos dedisti mihi, non perdidi ex eis quemquam. Simon ergo Petrus habens gladium eduxit eum : et percussit pontificis servum, et abscidit auriculam ejus dexteram. Erat autem nomen servo Malchus. Dixit ergo Jesus Petro : Mitte gladium tuum in vaginam. Calicem, quem dedit mihi Pater, non bibam illum ? Cohors ergo, et tribunus, et ministri Judæorum comprehenderunt Jesum, et ligaverunt eum. Et adduxerunt eum ad Annam primum : erat enim socer Caiphæ, qui erat pontifex anni illius. Erat autem Caiphas, qui consilium dederat Judæis : Quia expedit unum hominem mori pro populo. Sequebatur autem Jesum Simon Petrus, et alius discipulus. Discipulus autem ille erat notus pontifici, et introivit cum Jesu in atrium pontificis. Petrus autem stabat ad ostium foris. Exivit ergo discipulus alius, qui erat notus pontifici, et dixit ostiariæ : et introduxit Petrum. Dicit ergo Petro ancilla ostiaria : Numquid et tu ex discipulis es hominis istius ? Dicit ille : Non sum. Stabant autem servi et ministri ad prunas, quia frigus erat, et calefaciebant se : erat autem cum eis et Petrus stans, et calefaciens se. Pontifex ergo interrogavit Jesum de discipulis suis, et de doctrina ejus. Respondit ei Jesus : Ego palam locutus sum mundo : ego semper docui in synagoga, et in templo, quo omnes Judæi conveniunt, et in occulto locutus sum nihil. Quid me interrogas ? interroga eos qui audierunt quid locutus sim ipsis : ecce hi sciunt quæ dixerim ego. Hæc autem cum dixisset, unus assistens ministrorum dedit alapam Jesu, dicens : Sic respondes pontifici ? Respondit ei Jesus : Si male locutus sum, testimonium perhibe de malo : si autem bene, quid me cædis ? Et misit eum Annas ligatum ad Caipham pontificem. Erat autem Simon Petrus stans, et calefaciens se. Dixerunt ergo ei : Numquid et tu ex discipulis ejus es ? Negavit ille, et dixit : Non sum. Dicit ei unus ex servis pontificis, cognatus ejus, cujus abscidit Petrus auriculam : Nonne ego te vidi in horto cum illo ? Iterum ergo negavit Petrus : et statim gallus cantavit. Adducunt ergo Jesum a Caipha in prætorium. Erat autem mane : et ipsi non introierunt in prætorium, ut non contaminarentur, sed ut manducarent Pascha. Exivit ergo Pilatus ad eos foras, et dixit : Quam accusationem affertis adversus hominem hunc ? Responderunt, et dixerunt ei : Si non esset hic malefactor, non tibi tradidissemus eum. Dixit ergo eis Pilatus : Accipite eum vos, et secundum legem vestram judicate eum. Dixerunt ergo ei Judæi : Nobis non licet interficere quemquam. Ut sermo Jesu impleretur, quem dixit, significans qua morte esset moriturus. Introivit ergo iterum in prætorium Pilatus : et vocavit Jesum, et dixit ei : Tu es rex Judæorum ? Respondit Jesus : A temetipso hoc dicis, an alii dixerunt tibi de me ? Respondit Pilatus : Numquid ego Judæus sum ? gens tua et pontifices tradiderunt te mihi : quid fecisti ? Respondit Jesus : Regnum meum non est de hoc mundo. Si ex hoc mundo esset regnum meum, ministri mei utique decertarent ut non traderer Judæis : nunc autem regnum meum non est hinc. Dixit itaque ei Pilatus : Ergo rex es tu ? Respondit Jesus : Tu dicis quia rex sum ego. Ego in hoc natus sum, et ad hoc veni in mundum, ut testimonium perhibeam veritati : omnis qui est ex veritate, audit vocem meam. Dicit ei Pilatus : Quid est veritas ? Et cum hoc dixisset, iterum exivit ad Judæos, et dicit eis : Ego nullam invenio in eo causam. Est autem consuetudo vobis ut unum dimittam vobis in Pascha : vultis ergo dimittam vobis regem Judæorum ? Clamaverunt ergo rursum omnes, dicentes : Non hunc, sed Barabbam. Erat autem Barabbas latro. Tunc ergo apprehendit Pilatus Jesum, et flagellavit. Et milites plectentes coronam de spinis, imposuerunt capiti ejus : et veste purpurea circumdederunt eum. Et veniebant ad eum, et dicebant : Ave, rex Judæorum : et dabant ei alapas. Exivit ergo iterum Pilatus foras, et dicit eis : Ecce adduco vobis eum foras, ut cognoscatis quia nullam invenio in eo causam. (Exivit ergo Jesus portans coronam spineam, et purpureum vestimentum.) Et dicit eis : Ecce homo. Cum ergo vidissent eum pontifices et ministri, clamabant, dicentes : Crucifige, crucifige eum. Dicit eis Pilatus : Accipite eum vos, et crucifigite : ego enim non invenio in eo causam. Responderunt ei Judæi : Nos legem habemus, et secundum legem debet mori, quia Filium Dei se fecit. Cum ergo audisset Pilatus hunc sermonem, magis timuit. Et ingressus est prætorium iterum : et dixit ad Jesum : Unde es tu ? Jesus autem responsum non dedit ei. Dicit ergo ei Pilatus : Mihi non loqueris ? nescis quia potestatem habeo crucifigere te, et potestatem habeo dimittere te ? Respondit Jesus : Non haberes potestatem adversum me ullam, nisi tibi datum esset desuper. Propterea qui me tradidit tibi, majus peccatum habet. Et exinde quærebat Pilatus dimittere eum. Judæi autem clamabant dicentes : Si hunc dimittis, non es amicus Cæsaris. Omnis enim qui se regem facit, contradicit Cæsari. Pilatus autem cum audisset hos sermones, adduxit foras Jesum : et sedit pro tribunali, in loco qui dicitur Lithostrotos, hebraice autem Gabbatha. Erat autem parasceve Paschæ, hora quasi sexta, et dicit Judæis : Ecce rex vester. Illi autem clamabant : Tolle, tolle, crucifige eum. Dicit eis Pilatus : Regem vestrum crucifigam ? Responderunt pontifices : Non habemus regem, nisi Cæsarem. Tunc ergo tradidit eis illum ut crucifigeretur. Susceperunt autem Jesum, et eduxerunt. Et bajulans sibi crucem exivit in eum, qui dicitur Calvariæ locum, hebraice autem Golgotha : ubi crucifixerunt eum, et cum eo alios duos hinc et hinc, medium autem Jesum. Scripsit autem et titulum Pilatus, et posuit super crucem. Erat autem scriptum : Jesus Nazarenus, Rex Judæorum. Hunc ergo titulum multi Judæorum legerunt : quia prope civitatem erat locus, ubi crucifixus est Jesus, et erat scriptum hebraice, græce, et latine. Dicebant ergo Pilato pontifices Judæorum : Noli scribere : Rex Judæorum : sed quia ipse dixit : Rex sum Judæorum. Respondit Pilatus : Quod scripsi, scripsi. Milites ergo cum crucifixissent eum, acceperunt vestimenta ejus (et fecerunt quatuor partes, unicuique militi partem) et tunicam. Erat autem tunica inconsutilis, desuper contexta per totum. Dixerunt ergo ad invicem : Non scindamus eam, sed sortiamur de illa cujus sit. Ut Scriptura impleretur, dicens : Partiti sunt vestimenta mea sibi : et in vestem meam miserunt sortem. Et milites quidem hæc fecerunt. Stabant autem juxta crucem Jesu mater ejus, et soror matris ejus, Maria Cleophæ, et Maria Magdalene. Cum vidisset ergo Jesus matrem, et discipulum stantem, quem diligebat, dicit matri suæ : Mulier, ecce filius tuus. Deinde dicit discipulo : Ecce mater tua. Et ex illa hora accepit eam discipulus in sua. Postea sciens Jesus quia omnia consummata sunt, ut consummaretur Scriptura, dixit : Sitio. Vas ergo erat positum aceto plenum. Illi autem spongiam plenam aceto, hyssopo circumponentes, obtulerunt ori ejus. Cum ergo accepisset Jesus acetum, dixit : Consummatum est. Et inclinato capite tradidit spiritum. Judæi ergo (quoniam parasceve erat) ut non remanerent in cruce corpora sabbato (erat enim magnus dies ille sabbati), rogaverunt Pilatum ut frangerentur eorum crura, et tollerentur. Venerunt ergo milites : et primi quidem fregerunt crura, et alterius, qui crucifixus est cum eo. Ad Jesum autem cum venissent, ut viderunt eum jam mortuum, non fregerunt ejus crura, 34sed unus militum lancea latus ejus aperuit, et continuo exivit sanguis et aqua. Et qui vidit, testimonium perhibuit : et verum est testimonium ejus. Et ille scit quia vera dicit : ut et vos credatis. Facta sunt enim hæc ut Scriptura impleretur : Os non comminuetis ex eo. Et iterum alia Scriptura dicit : Videbunt in quem transfixerunt. Post hæc autem rogavit Pilatum Joseph ab Arimathæa (eo quod esset discipulus Jesu, occultus autem propter metum Judæorum), ut tolleret corpus Jesu. Et permisit Pilatus. Venit ergo, et tulit corpus Jesu. Venit autem et Nicodemus, qui venerat ad Jesum nocte primum, ferens mixturam myrrhæ et aloës, quasi libras centum. Acceperunt ergo corpus Jesu, et ligaverunt illud linteis cum aromatibus, sicut mos est Judæis sepelire. Erat autem in loco, ubi crucifixus est, hortus : et in horto monumentum novum, in quo nondum quisquam positus erat. Ibi ergo propter parasceven Judæorum, quia juxta erat monumentum, posuerunt Jesum.

Seguito del S. Vangelo secondo Giovanni 18, 1-40; 19, 1-42.

Detto questo, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Cèdron, dove c'era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché Gesù vi si ritirava spesso con i suoi discepoli. Giuda dunque, preso un distaccamento di soldati e delle guardie fornite dai sommi sacerdoti e dai farisei, si recò là con lanterne, torce e armi. Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era là con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano». Perché s'adempisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l'orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?». Allora il distaccamento con il comandante e le guardie dei Giudei afferrarono Gesù, lo legarono e lo condussero prima da Anna: egli era infatti suocero di Caifa, che era sommo sacerdote in quell'anno. Caifa poi era quello che aveva consigliato ai Giudei: «È meglio che un uomo solo muoia per il popolo». Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme con un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote e perciò entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote; Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell'altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare anche Pietro. E la giovane portinaia disse a Pietro: «Forse anche tu sei dei discepoli di quest'uomo?». Egli rispose: «Non lo sono». Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava. Allora il sommo sacerdote interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e alla sua dottrina. Gesù gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto». Aveva appena detto questo, che una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: «Così rispondi al sommo sacerdote?». Gli rispose Gesù: «Se ho parlato male, dimostrami dov'è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». Allora Anna lo mandò legato a Caifa, sommo sacerdote. Intanto Simon Pietro stava là a scaldarsi. Gli dissero: «Non sei anche tu dei suoi discepoli?». Egli lo negò e disse: «Non lo sono». Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l'orecchio, disse: «Non ti ho forse visto con lui nel giardino?». Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò. Allora condussero Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l'alba ed essi non vollero entrare nel pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. Uscì dunque Pilato verso di loro e domandò: «Che accusa portate contro quest'uomo?». Gli risposero: «Se non fosse un malfattore, non te l'avremmo consegnato». Allora Pilato disse loro: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge!». Gli risposero i Giudei: «A noi non è consentito mettere a morte nessuno». Così si adempivano le parole che Gesù aveva detto indicando di quale morte doveva morire. Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Tu sei il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te oppure altri te l'hanno detto sul mio conto?». Pilato rispose: «Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Gli dice Pilato: «Che cos'è la verità?». E detto questo uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui nessuna colpa. Vi è tra voi l'usanza che io vi liberi uno per la Pasqua: volete dunque che io vi liberi il re dei Giudei?». Allora essi gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba!». Barabba era un brigante. Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi. Pilato intanto uscì di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa». Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l'uomo!». Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo, crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io non trovo in lui nessuna colpa». Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio». All'udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura ed entrato di nuovo nel pretorio disse a Gesù: «Di dove sei?». Ma Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?». Rispose Gesù: «Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall'alto. Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande». Da quel momento Pilato cercava di liberarlo; ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare». Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. Era la Preparazione della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». Ma quelli gridarono: «Via, via, crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i sommi sacerdoti: «Non abbiamo altro re all'infuori di Cesare». Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso. Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall'altra, e Gesù nel mezzo. Pilato compose anche l'iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove fu crocifisso Gesù era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I sommi sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: il re dei Giudei, ma che egli ha detto: Io sono il re dei Giudei». Rispose Pilato: «Ciò che ho scritto, ho scritto». I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d'un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura: Si son divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica han gettato la sorte. E i soldati fecero proprio così. Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa. Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno d'aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. E dopo aver ricevuto l'aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». E, chinato il capo, spirò. Era il giorno della Preparazione e i Giudei, perché i corpi non rimanessero in croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all'altro che era stato crocifisso insieme con lui. Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera e egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso. E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto. Dopo questi fatti, Giuseppe d'Arimatèa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo, quello che in precedenza era andato da lui di notte, e portò una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre. Essi presero allora il corpo di Gesù, e lo avvolsero in bende insieme con oli aromatici, com'è usanza seppellire per i Giudei. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora deposto. Là dunque deposero Gesù, a motivo della Preparazione dei Giudei, poiché quel sepolcro era vicino.

Commento alla Passione di Nostro Signore

La Croce non è stata un imprevisto. Non è stato il tragico epilogo della vita di un saggio predicatore, di un filosofo, di un grande profeta o di un esimio testimone dell'ingiustizia umana. È il centro della storia. Letteralmente. È il motivo stesso dell’Incarnazione, la missione primaria del Figlio. Nostro Signore Gesù Cristo è nato per morire, e morire ucciso, in croce, per redimere l’uomo. La sua Passione è la risposta dell’amore divino alla giustizia offesa dal peccato originale. Non poteva esserci riconciliazione tra l’uomo e Dio senza un sacrificio degno di Dio: un sacrificio perfetto, cioè quello del vero Agnello pasquale, immacolato, offerto liberamente per noi.

Chi deride, sminuisce o addirittura nega la dimensione sacrificale della morte di Cristo, o dell’Eucaristia che ne rinnova il mistero sui nostri altari, tradisce la Fede cattolica. Il sacrificio non è un’idea pagana da abbandonare col “nuovo” cristianesimo del dialogo e del sentimento. È, al contrario, una realtà inscritta nel cuore dell’uomo, creata da Dio. L’uomo ha bisogno di offrire, ha bisogno di dare ciò che ha di più caro per placare, espiare, ringraziare. Questo istinto religioso è naturale in tutti i popoli e accompagna l'uimanità dalla notte dei tempi. Esso è stato strumentalizzato dal male e degenerato in forme abominevoli, come i sacrifici umani di molte civiltà antiche, ma in Cristo trova l'unico suo autentico compimento sovrannaturale. L'altare cristiano non è la mensa della comunità: è il Calvario reso presente sacramentalmente. Ogni Messa è un sacrificio, e chi dice il contrario è un cieco che vuol condurre altri ciechi nel baratro.

Nel corpo martoriato del Salvatore si riflettono i disordini introdotti dal peccato originale. Le cinque piaghe di Cristo corrispondono ai cinque effetti principali della colpa commessa dai protogenitori Adamo ed Eva e trasmessi fino a noi per via generativa. Si badi bene che il peccato originale non è un mito o un'allegoria esistenziale, ma un fatto storico. Se i primi due uomini non hanno peccato e condannato così l'umanità, il cristianesimo non ha più ragione di esistere. Vediamo brevemente il significato mistico delle cinque piaghe di Cristo.

  • Costato trafitto – Essa è la piaga che ripara la perdita della grazia santificante e della chiusura del Paradiso. Ma proprio da quella piaga scaturiscono l'acqua del Battesimo e il sangue dell'Eucaristia, sacramenti che ci riaprono le porte della vita eterna e ci rendono partecipi della vita divina. I sacramenti sono, pertanto, la medicina per guarire da questo effetto del peccato.
  • Mano destra – Essa è la piaga che ripara l’ignoranza dell’intelletto. Cristo obbedisce fino alla morte, restituendoci la luce della verità tramite la sua dottrina. La virtù dell'obbedienza è la medicina per curare l’intelletto smarrito.
  • Mano sinistra – Essa è la piaga che ripara la debolezza della volontà. Gesù si lascia inchiodare senza opporre resistenza: la virtù dell’umiltà, la sottomissione volontaria alla volontà del Padre, è la medicina per curare la nostra incostanza.
  • Piede destro – Essa è la piaga che ripara la violenza della concupiscenza, cioè della ribellione dei sensi. Cristo, inchiodato, non si muove, non reagisce. Soffre tutto e tutto offre, mirabilmente: la pazienza è la medicina per curare i nostri desideri disordinati.
  • Piede sinistro – Essa è la piaga che ripara la violenza dell’ira. Gesù, mite e mansueto, oppone la misericordia, il perdono autentico verso i suoi carnefici, per curare il furore dell’odio e della vendetta.

Il Battesimo, primo e fondamentale sacramento, ci applica i meriti della Croce e cancella il peccato originale, restituendoci la grazia e la filiazione divina. Tuttavia, gli altri effetti del peccato rimangono, perché toccano la carne. Saranno cancellati solo con la Resurrezione finale, quando anche i nostri corpi saranno glorificati o - si badi bene - condannati. Anche i dannati risorgeranno, infatti, ma per soffrire con corpi impassibili e tormentati eternamente.

Le mani ferite di Cristo indicano la purificazione delle nostre opere; i suoi piedi feriti la redenzione della nostra sensualità, mentre il costato aperto è il trionfo della carità: lì dimora il Cuore stesso di Dio, da cui viene ogni grazia. Nel giardino dell’Eden, ad Adamo fu vietato l’albero della Vita. Ma sulla sommità del Golgota, un nuovo Albero fu piantato: la Croce, su cui pendeva il frutto della vita eterna. E questo frutto possiamo gustarlo ogni giorno. Esso non è altro che l’Eucaristia, vero Corpo, vero Sangue, vera Anima e vera Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo. Adoriamo dunque il Crocifisso, viviamo di Eucaristia, e custodiamo la grazia come il più grande dei tesori. Chi persevererà fino alla fine, sarà salvato.

Gaetano Masciullo

sabato 12 aprile 2025

Il Re si avvia verso il suo Trono: la Croce

Sequéntia S. Evangélii secundum Matthaéum 21, 1-9.

In illo témpore: Cum appropinquásset Iesus Ierosólymis, et venísset Béthphage ad montem Olivéti: tunc misit duos discípulos suos, dícens eis: Ite in castéllum, quod contra vos est, et statim inveniétis ásinam alligátam, et pullum cum ea: sólvite, et addúcite mihi: et si quis vobis áliquid díxerit, dícite, quia Dóminus his opus habet, et conféstim dimíttet eos. Hoc áutem totum factum est, ut adimplerétur quod dictum est per Prophétam, dicéntem: Dícite fíliae Sion: Ecce Rex tuus venit tibi mansuétus, sédens super ásinam et pullum, fílium subiugális. Eúntes áutem discípuli, fecérunt sicut praecépit illi Iesus. Et adduxérunt ásinam et pullum: et imposuérunt super eos vestiménta sua, et eum désuper sedére fecérunt. Plúrima áutem turba stravérunt vestiménta sua in via: álii áutem caedébant ramos de arbóribus, et sternébant in via: turbae áutem, quae praecedébant, et quae sequebántur, clamábant, dicéntes: Hosánna fílio David: benedíctus qui venit in nómine Dómini.

Seguito del S. Vangelo secondo Matteo 21, 1-9.

In quel tempo, essendosi Gesù avvicinato a Gerusalemme e essendo arrivato a Betfage presso il Monte degli Ulivi, inviò subito due suoi discepoli, dicendo loro: "Andate nel villaggio soprelevato che è di fronte a voi e troverete subito un'asina legata e un puledro insieme a essa: scioglieteli e portatemeli e, se qualcuno vi dirà qualcosa, dite che il Signore ha bisogno di essi e subito li lascerà". Infatti tutto questo accadde perché si adempisse ciò che era stato detto attraverso il Profeta, che dice: "Dite alla figlia di Sion: Ecco, il tuo Re viene mansueto, che siede sopra un'asina e sopra il suo puledro da soma". Andati quindi i discepoli, fecero come Gesù aveva ordinato loro. E condussero l'asina e il puledro e posero sopra di essi i suoi vestiti e lo fecero sedere sopra quello [il puledro]. Infatti una grande folla stese le proprie vesti sulla via, altri invece tagliavano i rami dagli alberi e li gettavano sulla via, la folla invece che lo precedeva e che lo seguida acclamava dicendo: "Osanna al figlio di Davide: benedetto colui che viene nel nome del Signore".

Questa bellissima pagina di Vangelo inizia con una precisione geografica: Betfage, il cui nome significa "casa della bocca", e che si trovava nei pressi di Gerusalemme. Secondo la tradizione giudaica, Betfage era una città abitata da sacerdoti, dai discendenti di Levi, i quali - come gli altri ebrei, del resto - non potevano, secondo la Legge, superare un certo numero di passi in giorno di sabato. Betfage era ad una distanza ideale per andare e tornare dal Tempio, dove si officiava il culto in giorno di sabato e nelle più importanti festività. Il Signore sceglie di manifestare la sua regalità non da un luogo qualsiasi, ma da un luogo sacerdotale, dal luogo in cui il sacerdote si alza e si avvia per lodare e adorare Dio.

Il significato simbolico è molto potente: la “bocca” richiama la Parola, e dunque la predicazione. Secondo altri, il nome Betfage significa anche “casa dei fichi immaturi”, alludendo così al popolo d’Israele non ancora giunto alla pienezza della fede, come la stessa immagine del fico sterile (cfr. Mt 21, 18-19) confermerà più avanti. Cristo inizia l’atto della sua glorificazione non da Gerusalemme, che rappresenta la religione compiuta, ma da un luogo che richiama la "bocca levitica", cioè il culto e la profezia imperfetta che attende compimento.

La distanza da Betfage a Gerusalemme era assai breve, tanto da non giustificare l’uso di una cavalcatura. Eppure Cristo sceglie di farsi condurre su un puledro, sottolineando così la sacralità del gesto, non una necessità pratica. È il simbolismo a prevalere: egli entra come Re, non a piedi, ma seduto, proprio come il Messia annunciato da Zaccaria (Zc 9, 9), “mite e seduto su un’asina, e su un puledro figlio di asina”.

Cristo chiede due animali, un’asina e il suo puledro. Solo nel vangelo di Matteo viene citato il dettaglio dell'asina. La tradizione patristica vede in essi la rappresentazione dei due popoli: l’asina è Israele, il popolo eletto, già abituato al giogo della Legge; il puledro, mai cavalcato, rappresenta il mondo dei Gentili, degli incirconcisi, un mondo ancora pagano, estraneo alla Legge mosaica, ma pronto a portare il Re della gloria. I Padri della Chiesa intuiscono che il puledro, pur “figlio dell’asina”, è di ordine diverso, perché non ha portato il giogo: immagine perfetta del Nuovo Testamento, nato dall’Antico, ma superiore ad esso, perché ne è il compimento e perfezione.

Cristo sceglie di sedersi proprio sul puledro: ciò implica che la pienezza della sua rivelazione si manifesterà non più esclusivamente nel contesto giudaico, ma nella Chiesa dei Gentili, ecclesia ex gentibus. Tuttavia, egli non disprezza l’asina, che viene anch’essa condotta a Lui: “Non sono venuto ad abolire la Legge, ma a portarla a compimento” (Mt 5,17). E altrove si legge: "Non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d'Israele" (Mt 15, 24).

Gli animali sono legati e appartengono a qualcuno: i “padroni” rappresentano le potenze che dominano l’uomo decaduto: satana, la carne e il mondo. Ma quando i discepoli dicono: “Il Signore ne ha bisogno”, nessuno obietta. Ciò mostra che anche i nemici di Dio, sebbene agiscano contro di lui, sono soggetti alla sua volontà. Nulla resiste all’imperativo divino. La creatura non può opporsi al Creatore, soprattutto quando questi agisce per la salvezza dell’uomo.

Notiamo anche che Gesù invia due discepoli: questo è, nel linguaggio del Vangelo, il gesto missionario per eccellenza. È il principio apostolico: “a due a due” (cfr. Lc 10, 1). La salvezza non si compie da soli, ma nella Chiesa, per mezzo dei suoi ministri. La fede e la predicazione sono i mezzi stabiliti da Dio per liberare gli uomini dai lacci del peccato.

I due apostoli, non a caso anonimi, trovano gli animali legati: segno del vizio, poiché, come insegnano Sant’Agostino e altri, “vizio” deriva da victus, cioè “legato”. L’uomo vizioso è incapace di muoversi verso il bene, proprio come una bestia legata non può camminare. Cristo manda dunque la Chiesa a sciogliere i legami del peccato, per mezzo della grazia. Il vizio, inoltre, rende l'uomo nemico della ragione, lo abbassa al livello degli animali bruti.

Gesù aggiunge: “Portatemeli”. È un imperativo pieno d’amore. Il Figlio di Dio desidera essere servito dall’umanità redenta, non per proprio vantaggio, ma per rivelare la gloria del Padre, che coincide con la beatitudine dell’uomo: Gloria Dei vivens homo, vita autem hominis visio Dei, come dirà sant'Ireneo. "La gloria di Dio è l'uomo vivente, ma la vita dell'uomo è la visione di Dio", cioé la grazia. Vuoi dare gloria a Dio? Vivi nella grazia, fuggi il peccato. 

Il Regno che Cristo inaugura non è terreno, ma mistico, e si realizza nella comunione tra Dio e l’uomo. Esso vuole radicarsi nel cuore di ciascuno di noi. I discepoli stendono i mantelli sull’asina e sul puledro, e la folla sulla strada: questo è un grande segno di sottomissione regale. Sottomettendoci a Dio, egli ci rende partecipi della sua gloria e suoi eredi. C'è qualcosa di più grande? I rami d’albero, poi, sono simbolo di vittoria e di gioia. In particolare, il ramo d’ulivo indica la pace, quello di palma il trionfo. Così la Chiesa esulta nell’attesa del Messia che porta pace ai cuori e trionfa sopra il male, sopra il peccato e sopra la morte.

Il grido “Osanna al Figlio di Davide” è al tempo stesso una supplica (letteralmente significa: “salvaci!”) e un'acclamazione messianica. Chiamare Gesù “Figlio di Davide” significa riconoscere in lui il compimento delle promesse e delle profezie dell’Antico Testamento. Ma il secondo “Osanna”, “nel più alto dei cieli”, eleva il canto a una dossologia celeste: la folla terrestre unisce la propria voce a quella degli angeli, riconoscendo in Cristo non solo il Re atteso, ma il Dio incarnato.

Il Re che entra mite e glorioso in Gerusalemme è lo stesso che, pochi giorni dopo, da Gerusalemme uscirà per essere inchiodato sulla Croce. Ma proprio sulla Croce, Cristo realizza pienamente la sua triplice missione che ha ricevuto dal Padre. La Croce sarà il trono del re, l'altare del sacerdote, la cattedra del profeta. 

Gaetano Masciullo

sabato 5 aprile 2025

Il Cuore della Quaresima

Sequéntia S. Evangélii secundum Ioánnem 8, 46-59.

In illo témpore: Dicébat Iesus turbis Iudaeórum: Quis ex vobis árguet me de peccáto? Si veritátem dico vobis, quare non créditis mihi? Qui ex Deo est, verba Dei áudit. Proptérea vos non audítis, quia ex Deo non estis. Respondérunt ergo Iudaéi, et dixérunt ei: Nonne bene dícimus nos, quia Samaritánus es tu, et daemónium habes? Respóndit Iesus: Ego daemónium non hábeo: sed honorífico Patrem meum, et vos inhonorástis me. Ego áutem non quaero glóriam meam: est qui quaerat, et iúdicet. Amen, amen dico vobis: si quis sermónem meum serváverit, mortem non vidébit in aetérnum. Dixérunt ergo Iudaéi: Nunc cognóvimus quia daemónium habes. Abráham mórtuus est, et prophétae: et tu dicis: Si quis sermónem meum serváverit, non gustábit mortem in aetérnum. Numquid tu maior es patre nostro Abráham, qui mórtuus est? et prophétae mórtui sunt? Quem teípsum facis? Respóndit Iesus: Si ego glorífico meípsum, glória mea nihil est: est Pater meus, qui gloríficat me, quem vos dícitis quia Deus vester est, et non cognovístis eum: ego áutem novi eum: et si díxero, quia non scio eum, ero símilis vobis, mendax. Sed scio eum, et sermónem eius servo. Abráham pater vester exsultávit, ut vidéret diem meum: vidit, et gávisus est. Dixérunt ergo Iudaéi ad eum: Quinquagínta annos nondum habes, et Abráham vidísti? Dixit eis Iesus: Amen, amen dico vobis, ántequam Abráham fíeret, ego sum. Tulérunt ergo lápides, ut iácerent in eum: Iesus áutem abscóndit se, et exívit de templo.

Seguito del S. Vangelo secondo Giovanni 8, 46-59.

In quel tempo, Gesù disse alla folla dei Giudei: "Chi di voi può accusarmi di peccato? Se vi dico la verità, perché non mi credete? Chi è da Dio ascolta le parole di Dio. Per questo voi non ascoltate: perché non siete da Dio". Risposero dunque i Giudei e gli dissero: "Non diciamo forse bene che tu sei un samaritano e un posseduto dal demonio?" Gesù rispose: "Non sono posseduto dal demonio, ma onoro il Padre mio e voi mi disonorate. Io invece non cerco la mia gloria: c’è chi la cerca e giudica. In verità, in verità vi dico: se qualcuno avrà servito la mia parola, non gusterà la morte in eterno". Gli dissero dunque i Giudei: "Ora sappiamo che sei posseduto dal demonio. Abramo è morto e pure i profeti e tu dici: Chi avrà servito la mia parola non gusterà la morte in eterno. Sei forse più grande del nostro padre Abramo, che è morto, o dei profeti, che sono morti? Chi pretendi di essere?" Gesù rispose: "Se io glorifico me stesso, la mia gloria è nulla; è il Padre mio che mi glorifica, che voi dite essere vostro Dio, ma non lo conoscete: io invece lo conosco e se dicessi di non conoscerlo sarei simile a voi, un bugiardo. Ma lo conosco e servo la sua parola. Abramo, vostro padre, esultò perché vide il mio giorno: vide e gioì". Gli dissero dunque i Giudei: "Non hai ancora cinquant'anni e hai visto Abramo?" Gesù rispose: "In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, io sono". Allora raccolsero delle pietre per scagliarle contro di lui, ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.

Nel tempo sacro della Quaresima, la Chiesa ci conduce, attraverso la lettura del Vangelo secondo Giovanni, ad una progressiva e luminosa rivelazione del mistero di Cristo. Il brano in questione si colloca al cuore di questa dinamica: siamo nei giorni che precedono la Passione, e la tensione tra Gesù e i Giudei si fa estrema. Nel popolo di Israele, depositario dell'Alleanza, è virtualmente presente tutta l'umanità, perché come il peccato originale ha macchiato tutta l'umanità, così la promessa del Redentore riguarda tutti coloro che ne sono stati macchiati.

In questo passo, il Signore manifesta con chiarezza crescente la sua natura divina, fino a proclamare solennemente: "Prima che Abramo fosse, Io Sono" (Gv 8, 58), parole che riecheggiano la rivelazione del Nome divino a Mosè nel roveto ardente (Es 3, 14). In questo scontro, il Verbo eterno svela la sua ineffabile gloria, ma gli uomini reagiscono con incredulità, scandalo, invidia e persino odio.

Il Signore domanda anche a noi oggi: "Chi di voi può accusarmi di peccato? Se dico la verità, perché non mi credete?" È una sfida tremenda: solo un innocente può proferire tali parole. La sua assoluta santità, in pubblico come in privato, unita alla perfetta trasparenza del suo insegnamento, testimonia la sua identità. Cristo è la Verità stessa e chi è da Dio ascolta la sua voce. Ma i suoi interlocutori non ascoltano, cioé non comprendono, e ciò rivela la loro reale condizione spirituale: "Per questo non ascoltate: perché non siete da Dio".

In queste parole si profila il giudizio divino: l’appartenenza a Dio non è una questione etnica o una discendenza carnale da Abramo, ma l'accoglienza della Verità. La Quaresima ci richiama proprio a questa disponibilità del cuore: siamo da Dio o dal diavolo? Ascoltiamo la sua voce nella preghiera, nella liturgia, nell'ossequio della retta dottrina? O ci irrigidiamo nella nostra superbia, nei nostri vizi, nei nostri limiti, che magari ci rifiutiamo anche di individuare e combattere con l'aiuto della grazia?

I Giudei, incapaci di replicare alla verità, si rifugiano nell’insulto: "Non diciamo con ragione che sei un Samaritano e un indemoniato?" L’insulto “samaritano” sottintende una duplice accusa di eresia e di impurità; e dire che Gesù ha un demonio significa non solo rifiutare la legittimità della sua missione intesa come mandato divino, ma soprattutto accettare il dovere di contrastare Gesù fino ad annientarlo.

Il Signore non si lascia turbare: "Io non ho un demonio, ma onoro il Padre mio; voi invece mi disonorate". Quanto sono ammirabili ed esemplari la mitezza e la mansuetudine di questo vero Agnello! Con esse Cristo manifesta la sua divina pazienza, la stessa che egli manifesta sulla Croce. La pazienza di Cristo è la forza di Cristo. E aggiunge: "In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno". È una promessa di salvezza eterna, ma solo per chi ascolta, comprende, obbedisce.

Nel tempo quaresimale, questo versetto risuona come un invito urgente alla conversione. Il peccato porta alla morte: solo l’unione con Cristo, mediante la fede viva e la grazia sacramentale, ci dona la vera vita.

I Giudei replicano con sarcasmo: "Ora sappiamo che hai un demonio. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: Chi osserva la mia parola non conoscerà la morte in eterno? Sei tu più grande del nostro padre Abramo?”. Essi non comprendono che Gesù parla della morte eterna, non di quella corporale. È il solito fraintendimento mondano che rifiuta di elevarsi alla dimensione soprannaturale.

Nell’anima accecata dal peccato non c'è spazio per la comprensione dei misteri divini. Eppure, il Signore non smette di ammonire e illuminare. Egli sa che anche in cuori ostinati può germogliare la grazia: la sua perseveranza dell'insegnamento diviene esempio per ogni evangelizzatore e per ogni sacerdote.

Gesù continua con tono solenne e profondo: "Se io glorificassi me stesso, la mia gloria sarebbe nulla; chi mi glorifica è il Padre mio". Non agisce per vanagloria, ma per obbedienza e amore al Padre. In questo si manifesta l’umiltà perfetta del Verbo incarnato: Filius non potest a se facere quidquam, nisi quod viderit Patrem facientem (Gv 5,19). La Trinità agisce in perfetta unità, e la gloria del Figlio è la gloria del Padre.

Poi aggiunge: "Il vostro padre Abramo esultò nella speranza di vedere il mio giorno: lo vide e fu pieno di gioia". Questo versetto è di una profondità mistica meravigliosa. Abramo, nostro padre nella fede, vide in spirito — secondo l’interpretazione patristica — il giorno del Cristo nel sacrificio di Isacco, figura del Calvario; e nell'incontro con Melchisedek, immagine del Sacerdozio eterno del Messia. Abramo riconobbe, nella promessa divina, la venuta del Cristo e ne fu ricolmo di gioia. È la gioia dei santi che, anche nell’Antico Testamento, attendevano colui che avrebbe riscattato gli uomini di buona volontà.

A questo punto, i Giudei rispondono con sdegno: "Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?" Essi rifiutano di credere alla preesistenza di Cristo. Ma Gesù dichiara solennemente: "In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono". Questo è il punto più alto del brano e uno dei momenti più alti di tutta la rivelazione evangelica. Gesù non dice semplicemente “Io ero”, ma “Io Sono”: il Nome stesso di Dio, rivelato a Mosè sul Sinai. È una dichiarazione di consustanzialità col Padre. Non si tratta di una metafora, ma di un’affermazione esplicita della sua divinità eterna.

La reazione immediata dei Giudei — raccolsero, infatti, delle pietre per lapidarlo — conferma che essi avevano compreso il senso della sua affermazione. Eppure, accecati dall’invidia e dall'odio, non si prostrano davanti al Signore, ma lo vogliono uccidere. È il mistero del cuore indurito, che davanti alla luce si chiude in tenebra.

Gesù Cristo è il Dio vivente, il Verbo eterno, il “Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero”. E tuttavia, il mondo non lo ha riconosciuto (cfr. Gv 1, 10). Questo mistero di rifiuto, culminato nella Croce, è il cuore stesso della Quaresima: il Verbo fatto carne viene per salvare, e viene rigettato. Questo rifiuto diviene per noi mistero e sorgente di salvezza eterna.

Gaetano Masciullo

Lo Spirito Santo e i tre processi contro il mondo

Sequéntia S. Evangélii secundum Ioánnem 16, 5-14. In illo témpore: Dixit Iesus discípulis suis: Vado ad eum, qui misit me: et nemo ex vobis ...