sabato 19 aprile 2025

Surrexit Christus, spes mea!

Sequéntia S. Evangélii secundum Marcum 16, 1-7.

In illo témpore: María Magdaléne, et María Iacóbi, et Salóme, emérunt arómata, ut veniéntes úngerent Iesum. Et valde mane una sabbatórum, véniunt ad monuméntum, orto iam sole. Et dicébant ad ínvicem: Quis revólvet nobis lápidem ab óstio monuménti? Et respiciéntes vidérunt revolútum lápidem. Erat quippe magnus valde. Et introëúntes in monuméntum vidérunt iúvenem sedéntem in dextris, coopértum stola cándida, et obstupuérunt. Qui dicit illis: Nolíte expavéscere: Iesum quaéritis Nazarénum, crucifíxum: surréxit, non est hic, ecce locus ubi posuérunt eum. Sed ite, dícite discípulis eius, et Petro, quia praecédit vos in Galilaéam: ibi eum vidébitis, sicut dixit vobis.

Seguito del S. Vangelo secondo Marco 16, 1-7.

In quel tempo, Maria Maddalena, Maria di Giacomo e Salomè comperarono degli aromi per andare ad ungere Gesù. E di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, arrivarono al sepolcro, che il sole era già sorto. Ora, dicevano tra loro: “Chi mai ci sposterà la pietra dall’ingresso del sepolcro?” E guardando, videro che la pietra era stata spostata: ed era molto grande. Entrate nel sepolcro, videro un giovane seduto sul lato destro, rivestito di candida veste, e sbalordirono. Egli disse loro: “Non vi spaventate, voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso: è risorto, non è qui: ecco il luogo dove lo avevano posto. Ma andate e dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea: là lo vedrete, come vi disse”.

Le donne, prime testimoni della Resurrezione, si recano al sepolcro «di buon mattino», spinte da un amore fedele e coraggioso. Esse non si aspettano un miracolo: portano oli aromatici per ungere un cadavere. Sono ancora immerse nella logica della morte. Ma la pietra, rotolata via, e il sepolcro vuoto rompono ogni schema umano: «Non è qui. È risorto!»

La Risurrezione non è un dettaglio della fede, né un elemento accessorio della nostra dottrina: è la roccia incrollabile su cui si fonda tutto l’edificio del Cristianesimo. È il centro focale attorno a cui ruota ogni verità rivelata, ogni speranza del cuore umano. Senza la Risurrezione, Cristo sarebbe stato un maestro fallito, un profeta sconfitto, un illuso tra tanti. Ma risorgendo dai morti, Egli ha dato prova definitiva della sua divinità e ha spezzato per sempre le catene della morte e del peccato.

Per questo San Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi, pronuncia parole di straordinaria radicalità: «Se Cristo non è risorto, vana è la nostra predicazione, vana anche la vostra fede» (1Cor 15, 14).  Non dice “indebolita” o “imperfetta”: dice "vana", cioè vuota, inutile, priva di senso. Il Vangelo senza la Risurrezione non è buona notizia, ma una triste illusione.

Il Cristianesimo, dunque, non nasce da un’idea, ma da un fatto, un evento, un’irruzione soprannaturale nella storia. E la Chiesa non è una semplice comunità etica, ma la continuazione nel tempo e nello spazio del Corpo risorto del Signore. Cristo risorto è il Nuovo Adamo, il primogenito di una nuova creazione, e in Lui l’umanità è già risorta, in speranza, alla vita eterna. È questa la sorgente del coraggio dei martiri, della fedeltà dei santi, della gioia invincibile dei semplici.

In questo mistero si inserisce la Santa Sindone di Torino, che Giovanni Paolo II definì con espressione ispirata «specchio del Vangelo». Essa è il lenzuolo che avvolse il corpo morto di Gesù. Ma ciò che colpisce è che nulla vi è di aggiunto, tutto è impronta lasciata da un corpo. Un corpo flagellato, coronato di spine, crocifisso, trafitto al costato. Ma un corpo che è stato lì e non c’è più.

La Sindone, nella sua silenziosa eloquenza, è il negativo fotografico del mistero pasquale: documenta la Passione e lascia trasparire la Risurrezione. Il corpo è sparito senza alterare il lenzuolo, come se si fosse smaterializzato. È una reliquia che non parla con parole, ma con luce. E la scienza, che vorrebbe spiegare tutto, si arresta davanti a questo segno di contraddizione, incapace di riprodurlo o spiegarlo.

Essa non è oggetto di fede, certo, ma invita alla fede. È come la pietra rotolata via: un segno visibile che rimanda all’invisibile. E ci chiede: “Tu, credi?” Viviamo in tempi segnati da tenebre morali, da perdita di senso, da un'apostasia silenziosa che lascia spazio a false religioni. Eppure la Risurrezione resta quella luce che non tramonta, quella certezza che non delude. Il Risorto non è un ricordo del passato, ma una Presenza reale. È Lui che incontriamo nei sacramenti, in particolare nell’Eucaristia, dove il Crocifisso Risorto si dona realmente, sotto i veli del pane e del vino.

Per noi cattolici, non si tratta di adattare il Vangelo al mondo, ma di annunciare con certa speranza - con parresia - e con gioia che Cristo è veramente risorto, che ha vinto la morte, e che solo in Lui c’è salvezza. Chi crede nella Risurrezione non teme più la morte, né la persecuzione, né la povertà, né l’abbandono. Sa che tutto, anche il dolore più assurdo, è stato redento e riceve significato. L'evangelista san Marco qui ci richiama con forza all’essenziale: senza la Risurrezione, tutto è perduto; con la Risurrezione, tutto è illuminato. Surrexit Christus, spes mea!

Gaetano Masciullo

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