sabato 29 marzo 2025

Gesù è il pane che nutre e consola la Chiesa

Sequéntia S. Evangélii secundum Ioánnem 6, 1-15.

In illo témpore: Ábiit Iesus trans mare Galilaéae, quod est Tiberíadis: et sequebátur eum multitúdo magna, quia vidébant signa, quae faciébat super his, qui infirmabántur. Súbiit ergo in montem Iesus: et ibi sedébat cum discípulis suis. Erat áutem próximum Pascha, dies festus Iudaeórum. Cum sublevásset ergo óculos Iesus, et vidísset quia multitúdo máxima venit ad eum, dixit ad Philíppum: Unde emémus panes, ut mandúcent hi? Hoc áutem dicébat tentans eum: ipse enim sciébat quid esset factúrus. Respóndit ei Philíppus: Ducentórum denariórum panes non suffíciunt eis, ut unusquísque módicum quid accípiat. Dicit ei unus ex discípulis eius, Andréas frater Simónis Petri: Est puer unus hic, qui habet quinque panes hordeáceos, et duos pisces: sed haec quid sunt inter tantos? Dixit ergo Iesus: Fácite hómines discúmbere. Erat áutem foenum multum in loco. Discubuérunt ergo viri, número quasi quinque míllia. Accépit ergo Iesus panes, et cum grátias egísset, distríbuit discumbéntibus: simíliter et ex píscibus quantum volébant. Ut áutem impléti sunt, dixit discípulis suis: Collígite quae superavérunt fragménta, ne péreant. Collegérunt ergo, et implevérunt duódecim cóphinos fragmentórum ex quinque pánibus hordeáceis, quae superfuérunt his, qui manducáverant. Illi ergo hómines cum vidíssent quod Iesus fécerat signum, dicébant: Quia hic est vere Prophéta, qui ventúrus est in mundum. Iesus ergo cum cognovísset, quia ventúri essent ut ráperent eum, et fácerent eum regem, fugit íterum in montem ipse solus.

Seguito del S. Vangelo secondo Giovanni 6, 1-15.

In quel tempo, Gesù se ne andò aldilà del mare di Galilea, cioè di Tiberiade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che egli faceva su coloro che erano infermi. Gesù salì quindi sopra un monte e qui si sedette con i suoi discepoli. Era infatti prossima la Pasqua, festa dei Giudei. Quando dunque Gesù alzò gli occhi, e avendo visto che una enorme moltitudine veniva da lui disse a Filippo: "Dove compreremo il pane perché questi ne mangino?". Disse infatti ciò per metterlo alla prova: egli infatti sapeva cosa stava per fare. Filippo gli rispose: "Una quantità di pane del valore di duecento danari non è sufficiente per costoro, perché ognuno riceva un piccolo pezzo". Gli disse uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: "C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci, ma cosa è questo per tanta gente?". Ma Gesù disse: "Fate sedere gli uomini". C'era infatti molta erba sul posto. E quegli uomini si misero a sedere ed erano quasi cinquemila. Gesù prese dunque i pani, rese grazie e li distribuì a coloro che si erano seduti, e così fece per i pesci, finché ne vollero. Saziati che furono, disse ai suoi discepoli: "Raccogliete gli avanzi, affinché non vadano a male". Li raccolsero e riempirono dodici canestri di frammenti dei cinque pani di orzo che erano avanzati a coloro che ne avevano mangiato. E questi, quindi, veduto il segno fatto da Gesù, dissero: "Costui è veramente quel profeta che doveva venire nel mondo". Ma Gesù, sapendo che sarebbero venuti a prenderlo con la forza per farlo re, fuggì di nuovo da solo sul monte.

Nel sesto capitolo del Vangelo di Giovanni, l'episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci si presenta come un ponte tra l'Antica e la Nuova Alleanza. La Pasqua giudaica, che al momento del racconto è ormai vicina, è il segno che richiama la grande liberazione d’Israele dalla cattività in Egitto. 

La Pasqua della Nuova Alleanza trova compimento nel sacrificio di Cristo, che diventa l’Agnello immolato una volta per sempre. La moltiplicazione del pane, è qui il preludio dell’Eucaristia, in cui il sacrificio di Cristo viene ancora oggi quotidianamente rinnovato, in maniera incruenta, e i fedeli possono di esso divenire partecipi.

Il tema centrale di questo episodio è la consolazione. La folla, stanca e affamata, viene accolta da Gesù con un gesto di misericordia che va oltre la mera soddisfazione di un bisogno materiale. Egli offre loro un segno tangibile della sua cura, della sua provvidenza, anticipando il nutrimento ben più alto della sua stessa carne e del suo sangue, cioé della sua stessa vita. La consolazione di Dio non è una semplice eliminazione della fatica, ma un dono che riempie l’anima e rafforza la volontà nel cammino della vita.

La perseveranza nella vita cristiana non deve essere allora intesa come una condizione di inevitabile afflizione, ma come una fonte di letizia. L’itinerario penitenziale non è un cammino di privazione fine a se stesso, ma la preparazione a una pienezza già iniziata qui sulla terra. La scuola della vera gioia, contro la gioia illusoria del peccato. Il Paradiso non è soltanto una promessa futura: esso si fa presente ogni volta che l’anima si nutre di Cristo, trovando in Lui la sua consolazione.

La moltitudine che si raduna attorno a Gesù rappresenta l'umanità tutta, formata da anime assetate di verità e d’amore. Tutti hanno bisogno dell'acqua e del cibo, ma non tutti vogliono nutrirsi e abbeverarsi. Molti preferiscono intossicarsi con cibo di pessima qualità. Il nostro bisogno di cibo materiale è indicato dal Signore Gesù come il simbolo di una fame più profonda, quella dell’anima. Gesù, osservando questa necessità, interpella Filippo: “Dove compreremo il pane perché questi ne mangino?”. Apparentemente, la domanda riguarda il nutrimento terreno, ma in realtà si riferisce a un alimento più alto: il pane di vita, di cui Cristo stesso è l'incarnazione.

Filippo, pur desideroso di verità e di nutrimento spirituale, non riesce ancora a vedere oltre la dimensione sensibile. La sua risposta è limitata all’aspetto materiale della questione, dimostrando la difficoltà umana nel riconoscere la realtà spirituale dietro i segni visibili. Eppure, la pedagogia divina si fonda proprio sull’uso degli elementi sensibili per rivelare le realtà invisibili. Dio, nella sua sapienza, parla attraverso ciò che possiamo percepire, perché la nostra esperienza corporea riflette ed è simbolo della nostra vita spirituale. L’Incarnazione stessa è la suprema conferma di questa verità. La moltiplicazione dei pani è dunque un segno tangibile della Provvidenza di Dio, che agisce nel tempo, nella storia e nello spazio per condurre l’uomo alla salvezza.

Gesù, con la sua azione, mostra una misericordia che va oltre la semplice soddisfazione del bisogno immediato. Egli vede nella fame della folla il simbolo della fame dell’umanità per il nutrimento eterno. Ecco perché la domanda rivolta a Filippo non è casuale. Il verbo “comprare” richiama il concetto di giustizia nella Scrittura, perché il riscatto è sempre legato a un prezzo da pagare. Ma nessun uomo possiede il "denaro spirituale" per riscattare la propria condizione di schiavo del Maligno. Nessun uomo può ottenere la Grazia con le proprie forze: solo l'Uomo Gesù, in quanto è il Cristo, cioé l'Unto dallo Spirito Santo e Dio egli stesso, può “comprare” la salvezza per tutti noi, e il denaro usato per questo riscatto è il suo stesso sangue, cioé la pienezza della sua vita umana e divina. Che grande consolazione!

Gesù moltiplica il pane perché Egli stesso è il pane della vita. Il cibo nutre e fa crescere: solo Cristo può far crescere l’uomo nella sua interezza, nel corpo, nella mente, nella volontà, persino nei sentimenti, colmandolo di Grazia e verità. I cinque pani e i due pesci che Gesù utilizza per il miracolo hanno un profondo valore simbolico. Il numero cinque nel linguaggio biblico simboleggia la Legge mosaica (cinque sono infatti i libri che la compongono); il numero due, invece, è legato alla morte e al sacrificio (quando si muore, infatti, l'anima si separa dal corpo, e ciò che prima era una cosa sola divengono due cose separate). Questo significa che, attraverso l’osservanza della Legge e il sacrificio redentore di Cristo, il nutrimento vero, la Grazia, viene ora distribuito alla folla.

I dodici canestri avanzati dopo la distribuzione del pane indicano la Chiesa, il nuovo Israele, fondata sugli Apostoli. La Chiesa è un paniere ricolmo di vita, di nutrimento, di grazia. La Chiesa è chiamata a custodire e distribuire questa Grazia attraverso i sacramenti, che trovano il loro culmine nel sacrificio dell’Eucaristia. In essa si rinnova continuamente il miracolo della moltiplicazione, poiché Cristo stesso si dona in abbondanza, nutrendo il suo popolo con il pane vivo disceso dal cielo. Dopo la transustanziazione, ogni ostia consacrata, anzi ogni suo piccolissimo frammento, non è più pane nella sua essenza, ma è Cristo stesso - corpo, sangue, anima e divinità (si badi bene: è sbagliato dire che solo il pane è il corpo di Cristo e solo il vino è il sangue di Cristo) - che conserva tutte le apparenze del pane per unirsi a noi intimamente, non solo spiritualmente, ma corporalmente.

Gaetano Masciullo

sabato 22 marzo 2025

Chi non è con Cristo, è contro di Lui

Sequéntia S. Evangélii secundum Lucam 11, 14-28.

In illo témpore: Erat Iesus eiíciens daemónium, et illud erat mutum. Et cum eiecísset daemónium, locútus est mutus et admirátae sunt turbae. Quídam áutem ex eis dixérunt: in Beélzebub príncipe daemoniórum éiicit daemónia. Et álii tentántes, signum de coélo quaerébant ab eo. Ipse áutem ut vidit cogitatiónes eórum, díxit eis: Omne regnum in seípsum divísum desolábitur, et domus supra domum cadet. Si áutem et sátanas in seípsum divísus est, quómodo stabit regnum eius? Quia dícitis in Beélzebub me eiícere daemónia. Si áutem ego in Beélzebub eiício daemónia, fílii vestri in quo eiíciunt? Ideo ipsi iúdices vestri érunt. Porro si in dígito Dei eiício daemónia: profécto pervénit in vos regnum Dei. Cum fortis armátus custódit átrium suum, in pace sunt ea, quae póssidet. Si áutem fórtior eo supervéniens vícerit eum, univérsa arma eius áuferet, in quibus confidébat, et spólia eius distríbuet. Qui non est mecum, contra me est; et qui non cólligit mecum, dispérgit. Cum immúndus spíritus exíerit de hómine, ámbulat per loca inaquósa, quaérens réquiem, et non invéniens, dicit: Revértar in domum meam unde exívi. Et cum vénerit, ínvenit eam scopis mundátam, et ornátam. Tunc vadit, et assúmit semptem álios spíritus secum nequióres se, et ingréssi hábitant ibi. Et fiunt novíssima hóminis illíus peióra prióribus. Factum est áutem, cum haec díceret, extóllens vocem quaédam múlier de turba, dixit illi: Beátus venter, qui te portávit, et úbera, quae suxísti. At ille dixit: Quinímmo beáti qui áudiunt verbum Dei, et custódiunt illud.

Seguito del S. Vangelo secondo Luca 11, 14-28.

In quel tempo, Gesù stava scacciando un demonio ed esso era muto. E non appena cacciò il demonio, il muto parlò e le folle ne rimasero meravigliate. Ma alcuni dissero: "Egli caccia i demoni in virtù di Belzebù, il principe dei demoni". Altri poi, per tentarlo, gli chiedevano un segno dal cielo. Ma egli, avendo scorto i loro pensieri, disse loro: "Qualunque regno diviso in se stesso cadrà in rovina, e una casa cadrà sull’altra. Se anche Satana è diviso in se stesso, come sussisterà il suo regno? Perché voi dite che io scaccio i demoni in virtù di Belzebù. Se io scaccio i demoni in virtù di Belzebù, in virtù di chi li scacciano i vostri figli? Per questo, saranno essi i vostri giudici. Se io con il dito di Dio scaccio i demoni, allora è venuto a voi il regno di Dio. Quando un uomo forte e armato custodisce il proprio atrio, allora è al sicuro tutto ciò che egli possiede. Ma se un altro più forte di lui lo sovrasta e lo vince, porta via tutte le armi in cui egli riponeva la sua fiducia e ne spartisce le spoglie. Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde. Quando lo spirito immondo è uscito da un uomo, vaga per luoghi privi di acqua, cercando riposo, e, non trovandolo, dice: 'Ritornerò nella mia casa, da dove sono uscito'. E, giungendo, la trova spazzata e adorna. Allora va e prende con sé altri sette spiriti peggiori di lui ed entrano ad abitarvi e la fine di quell’uomo è peggiore di prima". Ora avvenne che, mentre diceva queste cose, una donna alzò la voce tra la folla e gli disse: "Beato il ventre che ti ha portato e il seno che hai succhiato!". Ma egli disse: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono".

In questa pagina di vangelo, ascoltiamo che Gesù compie un esorcismo, liberando un uomo posseduto da uno spirito muto. Il termine greco cophos indica in realtà una condizione di sordomutismo, come nota san Tommaso d'Aquino: chi nasce sordo necessariamente non parla, poiché il linguaggio si apprende attraverso l'udito.

Lo spirito che rende muto quest'uomo è il contrario dello Spirito Santo. Se infatti lo Spirito Santo dona l'udito interiore per comprendere la Parola di Dio e il linguaggio per trasmetterla, il triplice nemico dell'uomo - satana, la carne e il mondo - cerca di renderlo sordo e muto, incapace di ricevere, comprendere e comunicare la verità.

San Beda il Venerabile osserva che la reazione delle folle e degli scribi mostra un contrasto significativo: mentre il popolo semplice si stupisce dei prodigi di Cristo, i farisei e gli scribi, per invidia e durezza di cuore, cercano di distorcerne il significato. Alcuni arrivano a insinuare che Gesù scacci i demoni per opera di Beelzebub, nome che significa letteralmente "signore delle mosche", un nome dispregiativo attribuito al diavolo. Questo epiteto risale ai culti pagani dei cananei, che veneravano Baal con pratiche idolatriche abominevoli, attribuendogli così il dominio sui demoni.

San Cirillo di Alessandria spiega che alcuni, mossi da simile invidia, esigevano un segno celeste più grande: per costoro, scacciare un demonio non era sufficiente a provare la divinità di Cristo. Pretendevano prodigi paragonabili a quelli di Mosè e Giosuè, ignorando così la natura profonda del miracolo di Gesù. Tuttavia, costoro erano consapevoli che il loro sospetto era irragionevole e, per timore della folla, non osavano esprimerlo apertamente. Gesù, conoscendo i loro pensieri, risponde direttamente ad essi, rivelando così la sua onniscienza, propria di Dio.

Gesù smonta l'accusa con un'argomentazione logica: se Satana operasse contro se stesso, il suo regno sarebbe destinato a crollare. Inoltre, gli ebrei stessi praticavano esorcismi nel nome di Dio: perché dunque accusare Gesù di agire per mezzo di satana? Due cause opposte non possono produrre lo stesso effetto. Ciononostante, il regno di satana, anche se apparentemente saldo, è in realtà fragile e destinato alla divisione, poiché solo la verità può garantire una vera unità, e la verità è Cristo stesso.

Quando Gesù dice: "Se io scaccio i demoni per opera di Beelzebub, i vostri figli per opera di chi li scacciano?", si riferisce agli apostoli, chiamandoli "vostri figli" anziché "miei discepoli". Questo implica una continuità tra la missione di Israele e quella della Chiesa, che porterà a compimento la lotta contro il male e contro il peccato.

Luca usa l'espressione "dito di Dio", mentre Matteo parla più esplicitamente di Spirito Santo (cfr. Matteo 12, 28). Questo parallelismo insegna a identificare lo Spirito Santo ogni volta che nelle Scritture compare l'espressione "dito di Dio". Sant'Agostino e san Cirillo di Alessandria spiegano che lo Spirito Santo è così definito per la sua azione particolare nella distribuzione dei doni divini. Se Cristo è la "mano" e il "braccio" del Padre, lo Spirito Santo è il "dito", in quanto operante attraverso il Figlio.

Gesù prosegue quindi con la parabola dell'uomo forte: il diavolo, armato dei suoi inganni, tiene in ostaggio l'anima umana. Tuttavia, Cristo, più forte di lui, lo vince e libera gli uomini. Il bottino che Gesù sottrae a Satana sono le anime che il demonio aveva tenuto sotto il suo dominio.

Il Signore avverte: "Chi non è con me è contro di me". Con questa sentenza, Egli respinge ogni neutralità: chi non coopera alla diffusione della verità e della salvezza, si oppone a lui e disperde.

Segue allora la metafora dello spirito immondo che, una volta uscito da un uomo, torna con altri sette spiriti peggiori. Il riferimento primario è a Israele, liberato dalla schiavitù dell'Egitto (mondanità) e guidato nel deserto fino alla ricezione della Legge, ma che, rifiutando Cristo, desidera tornare alla condizione precedente, senza una vera conversione. La condizione di chi rifiuta Cristo dopo averlo conosciuto è peggiore di quella di chi non lo ha mai conosciuto, in modo analogo a come il rifiuto dello Spirito Santo, che dà sette doni, porta a una condizione spirituale peggiorata.

Infine, una donna dalla folla proclama la beatitudine della Madre di Gesù: "Beato il grembo che ti ha portato e il seno che hai succhiato!". Luca qui si ricollega alle profezie di Elisabetta e di Maria stessa (Lc 1,42-48). Ma Gesù risponde elevando il concetto di beatitudine: Maria non è beata semplicemente per aver dato alla luce il Salvatore, ma soprattutto per aver ascoltato e custodito la Parola di Dio. Questo non sminuisce Maria, ma la esalta nella sua più alta vocazione: modello perfetto di obbedienza alla volontà divina.

Gaetano Masciullo

sabato 15 marzo 2025

I grandi insegnamenti nascosti nella Trasfigurazione

Sequéntia S. Evangélii secundum Matthaéum 17, 1-9.

In illo témpore: Assúmpsit Iesus Petrum, et Iacóbum, et Ioánnem fratrem eius, et duxit illos in montem excélsum seórsum: et transfigurátus est ante eos. Et resplénduit fácies eius sicut sol: vestiménta áutem eius facta sunt alba sicut nix. Et ecce apparuérunt illis Móyses et Elias cum eo loquéntes. Respóndens áutem Petrus, dixit ad Iesum Dómine: Bonum est nos hic esse: si vis, faciámus hic tria tabernácula, tibi unum, Móysi unum, et Elíae unum. Adhuc eo loquénte, ecce nubes lúcida obumbrávit eos. Et ecce vox de nube dícens: Hic est Fílius meus diléctus, in quo mihi bene complácui: ipsum audíte. Et audiéntes discípuli, cecidérunt in fáciem suam, et timuérunt valde. Et accéssit Iesus, et tétigit eos, dixítque eis: Súrgite, et nolíte timére. Levántes áutem óculos suos, néminem vidérunt, nisi solum Iesum. Et descendéntibus illis de monte, praecépit eis Iesus, dícens: Némini dixéritis visiónem donec Fílius hóminis a mórtuis resúrgat.

Seguito del S. Vangelo secondo Matteo 17, 1-9.

In quel tempo, dopo sei giorni, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, suo fratello, e li condusse sopra un alto monte, in disparte. E fu trasfigurato in loro presenza: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la neve. Ed ecco apparire loro Mosè ed Elia, i quali conversavano con lui. Pietro disse a Gesù: "Signore, è bene che noi stiamo qui, se vuoi faremo qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia". Mentre egli parlava ancora, una nuvola luminosa li circondò e una voce dalla nuvola disse: "Questo è il mio Figlio prediletto, in cui mi sono compiaciuto, ascoltàtelo". E i discepoli, udito ciò, caddero col viso a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù, accostatosi, li toccò e disse: "Alzatevi e non temete". Ed essi, alzati gli occhi, videro Gesù solo. Poi, mentre scendevano dal monte, Gesù diede loro quest’ordine: "Non parlate ad alcuno di questa visione finché il Figlio dell’uomo sia resuscitato dai morti".

Il tema del giudizio è un tema ricorrente della Quaresima. L'episodio della Trasfigurazione, proclamato dalla Chiesa nella seconda Domenica di Quaresima, è proprio la visione e l'anticipazione della gloria che il Figlio dell'Uomo manifesterà sul mondo alla fine dei tempi, quando verrà, come diciamo nel Credo, "a giudicare i vivi e i morti".

Questa pagina di vangelo inizia dicendo che Gesù prese i tre apostoli "dopo sei giorni". Cosa era accaduto sei giorni prima? Gesù aveva spiegato ai Dodici la necessità di rinnegare se stesso, prendere la propria croce e seguirlo (Matteo 16, 24). Questa necessità era stata motivata dal fatto che "il Figlio dell'uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà ciascuno secondo le sue azioni" (Matteo 16, 27). In conclusione, Gesù aveva promesso che alcuni tra loro non sarebbero morti prima di "aver visto venire il Figlio dell'uomo con il suo regno" (Matteo 16, 28), cioé prima di aver assistito al Giudizio finale, evento appunto anticipato nella Trasfigurazione sul Tabor.

Gesù ha sempre manifestato, nel corso del suo ministero, particolare predilezione verso questi tre apostoli, cioé i santi Pietro, Giacomo e Giovanni. Possiamo vedere in questi personaggi una interessante allegoria delle tre virtù teologali: san Pietro rappresenta la fede, perché primo papa, capo degli apostoli e vicario della Roccia per eccellenza su cui la Chiesa è istituita, cioè Cristo stesso; san Giacomo rappresenta la speranza, in quanto sarà il primo apostolo martirizzato, testimoniando così con la vita a quali beni dobbiamo tendere e in che modo dobbiamo farlo, tanto da disprezzare questa vita terrena; infine, san Giovanni rappresenta la carità, l'amore di Dio e del prossimo sostenuto e vivificato dalla grazia dello Spirito Santo. Questi tre apostoli sono anche speculari ai tre principali patriarchi dell'Antico Testamento - Abramo, Isacco e Giacobbe - anch'essi intesi spesso come allegoria delle tre virtù teologali. 

Li guidò dunque verso una montagna, il Tabor. I monti sono ricorrenti nella Scrittura, come simboli di ascesi ed elevazione spirituale, perché è infatti essenziale saper separarsi affettivamente dalle realtà sensibili per comprendere e accogliere le cose divine. Il corpo di Cristo è allora trasfigurato, il candore si estese fino alle sue vesti, e il suo aspetto parve un altro. Le vesti trasfigurate di Gesù sono il simbolo dei santi, com'è scritto: "Com'è vero ch'io vivo - oracolo del Signore - ti vestirai di tutti loro come di ornamento, te ne ornerai come una sposa" (Isaia 49,18).

Come spiega san Tommaso d'Aquino, Mosè ed Elia furono presenti durante la Trasfigurazione per una serie di motivi. Innanzitutto, in questo modo Dio volle dissipare il dubbio di quanti pensavano che Gesù fosse la reincarnazione di Mosè o Elia. In secondo luogo, Dio dimostrò che Gesù era qualcuno superiore a Mosè ed Elia, le più importanti figure del giudaismo. In terzo luogo, Mosè ed Elia testimoniarono contro i farisei, i quali accusavano Gesù di trasgredire la Legge di Mosè e di offendere la gloria di Dio. Invece, Mosè, a cui fu affidata la Legge, e Elia, testimone straordinario della gloria divina tra tutti i profeti, confermarono in questo modo che Gesù era perfettamente in continuità con quanto da loro insegnato e proferito.

In quarto luogo, la vita di Mosè e quella di Elia anticipa quella di Cristo ed è per noi esemplare. Ciò per un duplice motivo. Primo, perché tutti questi tre hanno vissuto un digiuno di quaranta giorni, tema eminentemente quaresimale. Come insegna papa Innocenzo III, Mosè digiunò per ricevere degnamente la Legge; Elia digiunò prima di vedere Dio sull'Oreb; Gesù digiunò per vincere satana.

In quinto luogo, Mosè ed Elia erano presenti anche per ribadire l'inevitabile verità per cui chi vuole seguire Dio deve affrontare i poteri tirannici di questo mondo. Mosè affrontò il Faraone, Elia si confrontò con il re Acab, entrambi rischiando la vita. Allo stesso modo, Cristo affronterà il Sinedrio e il potere romano, gli eletti e i pagani, sacrificando la sua vita e guadagnando a nostro vantaggio la vita eterna. Gli apostoli e i suoi successori saranno chiamati a fare lo stesso. 

In sesto luogo, dal momento che il sacrificio di Cristo rappresenta il compimento delle promesse fatte da Dio sin dai tempi del peccato originale, Mosè ed Elia simboleggiano le due parti che, secondo l'ottica ebraica, compongono l'Antico Testamento, cioé la Legge e i Profeti. E infatti san Luca, nel riportare lo stesso episodio della Trasfigurazione, precisa l'oggetto della conversazione tra i tre sul monte, dettaglio importante ma lasciato implicito da Matteo: "erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme" (Luca 9, 31).

Bisogna infine evidenziare che la Trasfigurazione di Cristo è anche una sua epifania, cioé una manifestazione della sua natura divina, oltre che umana. Abbiamo così una terza trinità, dopo quella di Gesù, Mosè ed Elia e quella di Pietro, Giacomo e Giovanni. Si tratta della Trinità per antonomasia, quella divina: il Padre, colui che invia; il Figlio, colui che è inviato ed annuncia; lo Spirito Santo, colui che è annunciato e dona.

Gaetano Masciullo

martedì 4 marzo 2025

Tre Penitenze contro Tre Tentazioni

Sequéntia S. Evangélii secundum Matthaeum 4, 1-11.

In illo témpore: Ductus est Iesus in desértum a Spíritu, ut tentarétur a diábolo. Et, cum ieiunásset quadragínta diébus, et quadragínta nóctibus, póstea esúriit. Et accédens tentátor, dixit ei: Si Fílius Dei es, dic ut lápides isti panes fíant. Qui respóndens dixit: Scriptum est: Non in solo pane vivit homo sed in omni verbo, quod procédit de ore Dei. Tunc assúmpsit eum diábolus in sanctam civitátem, et státuit eum super pinnáculum templi, et dixit ei: Si Fílius Dei es, mitte te deórsum. Scriptum est enim: Quia Ángelis suis mandávit de te, et in mánibus tollent te, ne forte offéndas ad lápidem pedem tuum. Ait illi Iesus: Rursum scriptum est: Non tentábis Dóminum Deum tuum. Iterum assúmpsit eum diábolus in montem excélsum valde: et osténdit et ómnia regna mundi, et glóriam eórum, et dixit ei: Haec ómnia tibi dabo, si cadens adoráveris me. Tunc dicit ei Iesus: Vade, Sátana: scriptum est énim: Dóminum Deum tuum adorábis, et illi soli sérvies. Tunc relíquit eum diábolus: et ecce Ángeli accessérunt, et ministrábant ei.

Seguito del S. Vangelo secondo Matteo 4, 1-11.

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo. E, avendo digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. E accostàtosi il tentatore, gli disse: "Se sei il Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pani". Ma egli rispose: "Sta scritto: 'Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che procede dalla bocca di Dio'. Allora il diavolo lo trasportò nella Città Santa e lo pose sul pinnacolo del tempio e gli disse: "Se sei il Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: 'Ha mandato gli Angeli presso di te, essi ti porteranno in palmo di mano, affinché il tuo piede non inciampi nella pietra'". Gesù rispose: "Sta anche scritto: 'Non tenterai il Signore Dio tuo'". Di nuovo, il diavolo lo trasportò sopra un monte altissimo e gli fece vedere tutti i regni del mondo e la loro magnificenza e gli disse: "Ti darò tutto questo se, prostrato, mi adorerai". Ma Gesù gli rispose: "Vattene, Satana, perché sta scritto: 'Adorerai il Signore Dio tuo e servirai Lui solo'". Allora il diavolo lo lasciò ed ecco che gli si accostarono gli Angeli e lo servivano.

Dopo il Battesimo al Giordano, il Signore Gesù viene portato dallo Spirito Santo nel deserto per essere tentato dal diavolo. Questo evento non è casuale, ma risponde a un preciso disegno divino: Dio permette la tentazione per forgiare l'uomo. Se questi è peccatore, la tentazione serve a purificarlo e a rafforzarlo; se è giusto, gli permette di perfezionare la propria santità. San Tommaso d'Aquino individua cinque ragioni per cui Dio induce in tentazione l'uomo subito dopo aver ricevuto la grazia: (1) per rivelargli se possiede veramente la giustizia; (2) per contrastare la superbia, che porta l'uomo a paragonarsi a Dio; (3) per dimostrare la potenza di Cristo, che umilia il demonio; (4) per accrescere la fortezza; (5) per far comprendere all'uomo la sua dignità, essendo il demonio solito attaccare coloro che vivono in grazia.

Il Signore stesso però ci ha insegnato a pregare nel Padrenostro: "Non ci indurre in tentazione". Questa invocazione supplica Dio di non esporre l'uomo al dominio di Satana, conseguenza naturale del peccato che spezza l'amicizia con Dio e priva l'anima della grazia santificante.

Notiamo, nella pagina di vangelo odierna, che la tentazione giunge immediatamente dopo il Battesimo. Così come Israele, dopo aver attraversato il Mar Rosso, affrontò le prove nel deserto, anche il cristiano, appena divenuto figlio di Dio, si trova esposto alla lotta spirituale. Il Siracide ammonisce: "Figlio, avvicinandoti al servizio di Dio, stai in giustizia e timore, e prepara la tua anima per la tentazione" (2,1).

Il deserto è il luogo della tentazione. Come nel deserto fisico molti muoiono di fame e sete oppure uccisi dai briganti, così nel deserto spirituale molti muoiono uccisi dal diavolo; ma Gesù, vincendo il maligno, ci insegna a riconoscerlo e a respingerlo. Le tre tentazioni che egli affronta corrispondono ai tre sommi generi di peccato: gola, vanagloria e avarizia. La gola, che apre la via a tutti i vizi della carne; la vanagloria, madre di tutti i vizi spirituali; l'avarizia, che San Paolo definisce "radice di tutti i mali" (1Timoteo 6, 10), poiché alimenta ogni altra concupiscenza.

Alla triplice tentazione corrisponde una triplice penitenza: preghiera, digiuno ed elemosina. La preghiera contrasta i peccati dello spirito; il digiuno, i peccati della carne; l'elemosina, quelli legati ai beni esteriori. Poiché lo spirito deve dominare sul corpo e sulle ricchezze, la preghiera è il rimedio più efficace, capace di ottenere la remissione di ogni colpa. Tuttavia, data la nostra natura carnale, il digiuno si rivela indispensabile per disciplinare la concupiscenza e subordinare il corpo all'intelletto illuminato dalla fede.

Notiamo, inoltre, come Gesù inizi il suo digiuno subito dopo il Battesimo, e non dopo la tentazione. Così ci insegna che la penitenza non serve solo a riparare il peccato, ma è anche un'arma preventiva, necessaria per fortificare l'anima nella battaglia spirituale. La nostra lotta non si combatte contro creature di carne e sangue, ma contro i poteri delle tenebre (Efesini 6, 12): perciò dobbiamo prepararci con le armi della preghiera e della mortificazione, seguendo l'esempio del Signore nostro Gesù Cristo.

Gaetano Masciullo

sabato 1 marzo 2025

Per comprendere la Scrittura, è necessario pregare


Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam 18, 31-43.
In illo témpore: Assúmpsit Iesus duódecim, et ait illis: Ecce, ascéndimus Ierosólymam, et consummabúntur ómnia, quæ scripta sunt per Prophétas de Fílio hominis. Tradétur enim Géntibus, et illudétur, et flagellábitur, et conspuétur: et postquam flagelláverint, occídent eum, et tértia die resúrget. Et ipsi nihil horum intellexérunt, et erat verbum istud abscónditum ab eis, et non intellegébant quæ dicebántur. Factum est autem, cum appropinquáret Iéricho, cæcus quidam sedébat secus viam, mendícans. Et cum audíret turbam prætereúntem, interrogábat, quid hoc esset. Dixérunt autem ei, quod Iesus Nazarénus transíret. Et clamávit, dicens: Iesu, fili David, miserére mei. Et qui præíbant, increpábant eum, ut tacéret. Ipse vero multo magis clamábat: Fili David, miserére mei. Stans autem Iesus, iussit illum addúci ad se. Et cum appropinquásset, interrogávit illum, dicens: Quid tibi vis fáciam? At ille dixit: Dómine, ut vídeam. Et Iesus dixit illi: Réspice, fides tua te salvum fecit. Et conféstim vidit, et sequebátur illum, magníficans Deum. Et omnis plebs ut vidit, dedit laudem Deo.

Séguito del S. Vangelo secondo Luca 18, 31-43.
In quel tempo, Gesù prese a parte i Dodici e disse loro: "Ecco, andiamo a Gerusalemme, e si adempirà tutto quello che è stato scritto dai profeti sul Figlio dell’uomo. Poiché sarà dato nelle mani della gente e sarà schernito, flagellato e sputato: e dopo che l’avranno flagellato, lo uccideranno e il terzo giorno risorgerà". Ed essi non compresero nulla di tutto questo, un tal parlare era oscuro per essi e non comprendevano quel che diceva. E avvenne che, avvicinandosi a Gerico, un cieco se ne stava sulla strada mendicando. E udendo la folla che passava, domandava cosa accadesse. Gli dissero che passava Gesù Nazareno. E quegli gridò e disse: "Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me". E quelli che andavano avanti lo sgridavano perché tacesse. Ma egli gridava sempre più: "Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me". E Gesù, fermatosi, ordinò che glielo conducessero. Quando gli fu vicino, lo interrogò dicendo: "Cosa vuoi che ti faccia?" E quegli disse: "Signore, che io veda!". E Gesù gli disse: "Vedi: la tua fede ti ha salvato". E subito vide, e lo seguiva magnificando Dio. E tutto il popolo, vedendo ciò, rese lode a Dio.

L'evangelista Luca mette in stretta correlazione nel suo racconto due eventi apparentemente disgiunti tra loro: la profezia di Cristo riguardante il suo sacrificio redentore (non compresa dagli apostoli) e la guarigione del cieco di Gerico.

San Paolo scriverà che "la Legge è stata il nostro pedagogo fino a Cristo, affinché fossimo giustificati per la fede" (Galati 3, 24). San Girolamo, parafrasando, commenterà: "Chi ignora la Scrittura, ignora Cristo". Quando ci approcciamo alla lettura, alla ruminazione, alla meditazione e infine alla contemplazione dei misteri della nostra fede contenuti nell'Antico Testamento, dobbiamo sempre avere in mente che ciò che leggiamo è in riferimento a Gesù Cristo, a prescindere se quanto narrato è descritto sotto il velo dell'evento storico, della profezia, dell'ammonizione, dell'insegnamento. C'è sempre Cristo che parla di Cristo, in ogni parola della Scrittura. 

Questo però vuol dire che gli israeliti, soprattutto i più colti come i dottori della Legge, i farisei e gli scribi, avrebbero dovuto saper riconoscere dalla Legge e dai Profeti la missione del Cristo, cioé del Messia da Dio promesso all'umanità sin dai tempi di Adamo. Eppure, i farisei non ne furono capaci.

Quando Gesù profetizza la sua Passione e la sua Resurrezione, non sta dicendo nulla di nuovo: essa, infatti, viene continuamente annunciata dal primo all'ultimo libro dell'Antico Testamento. Infatti, Gesù dice: "Si adempirà tutto quello che è stato scritto dai profeti". Eppure, gli apostoli, che certo non erano a digiuno delle Scritture e avevano ascoltato i numerosi insegnamenti di Gesù in qualità di rabbino, cioé di interprete della Parola di Dio (tante, infatti, sono le volte in cui Gesù entrava in sinagoga e gli veniva richiesto di leggere e di commentare i passi biblici), non avevano compreso la profezia del Signore. Com'è possibile?

Gli apostoli, nonostante la conoscenza che avevano delle Scritture, deficitavano di qualcosa. Per mostrare agli apostoli di che cosa mancavano, Dio permette un avvenimento molto eloquente. Gesù e i Dodici si avvicinano a Gerico, cioé una città pagana, spesso nel linguaggio biblico simbolo di mondanità e idolatria. Un cieco, appena sente che Gesù sta passando poco distante da lui, inizia a chiamarlo, ma la folla cerca di zittirlo. La reazione del cieco è un'invocazione ancora più forte. Levando il velo simbolico dell'evento storico, possiamo intravedere nel cieco la condizione dell'uomo ferito dal peccato. 

La vista, infatti, è spesso nel linguaggio biblico il simbolo dell'intelletto. Come l'occhio sano vede ciò che è fuori di sé non in virtù di un contatto immediato tra l'organo di senso e le cose esterne, ma in virtù della luce (al contrario dei sensi inferiori, come olfatto, gusto e tatto, che devono unirsi all'oggetto per percepirlo), e senza luce non gli è possibile vedere alcunché, così l'intelletto dell'uomo non può comprendere le realtà trascendenti, con le quali pure non può entrare in alcuna forma di contatto, se non c'è la rivelazione di Dio, quella luce spirituale che permette la visione delle cose invisibili.

Ora, il cieco è una persona che non può vedere neanche in condizione di luce. L'uomo generato nel peccato originale non può vedere le realtà spirituali neanche se Dio si rivela: bisogna prima togliergli quel difetto, quel velo, che copre gli occhi malati. Questo velo, che colpirà significativamente anche san Paolo per tre giorni dopo la sua conversione, rappresenta la colpa antica. Solo Dio può togliere il velo dall'occhio, cioé dall'intelletto dell'uomo, affinché veda di nuovo, come vedeva Adamo in principio. 

Ma come può rimuovere Dio questo velo, il peccato originale? Tramite la passione e morte di Cristo. Come sappiamo che tale passione e morte di Cristo sono efficaci? Tramite la Resurrezione. Tutto è qui compendiato.     

Tuttavia, vediamo che, per essere guarito, il cieco invoca Gesù. Lo fa due volte. Dio, infatti, non sempre risponde subito alla preghiera dell'uomo, e ciò è conveniente per noi, affinché vengano esercitate in noi la perseveranza e la pazienza. Quando infatti l'uomo inizia a invocare Dio, le forze spirituali ostili, cioé satana, la carne e il mondo, si accaniscono contro di lui per distoglierlo, allo stesso modo in cui la folla cerca di far tacere il cieco di Gerico. Ma costui invoca con maggiore forza, e il Signore ordinò che glielo conducessero. Non è il Signore che si avvicina al cieco, ma il cieco che viene condotto dinanzi al Signore. Si osservi qui il significato spirituale: sembra che Dio, facendosi uomo come noi, si sia avvicinato lui all'uomo cieco per il peccato; invece, questo sembra essere un errore della nostra prospettiva, simile all'illusione che proviamo quando vediamo che il sole attraversa il cielo e ci sembra che sia il sole a muoversi intorno alla terra, quando in realtà il sole è fermo. 

Dal momento che Dio è l'eterno immobile, immutabile nell'amore, è lui che attrae l'uomo a sé nell'Incarnazione, non è Dio che viene attratto da noi. L'alto porta il basso verso la sua posizione, non è il basso che porta l'alto verso di sè. Così, l'uomo accecato dalla colpa viene condotto dagli angeli buoni al cospetto di Dio per mezzo della redenzione, e viene guarito, liberato, salvato. Per comprendere la Parola di Dio, è necessario dunque pregare. San Tommaso d'Aquino diceva: "La teologia si fa in ginocchio", cioé pregando.

Gaetano Masciullo

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